Julie Otsuka “Venivamo tutte per mare “

ot.pngTra la fine dell’800 inizi del ‘900 vi fu una ondata migratoria di uomini dal Giappone agli Stati Uniti, cui seguì un’ondata migratoria di donne che andavano a raggiungere i loro connazionali ivi stabiliti, che quasi sempre neppure conoscevano, se non in una fotografia, spesso fasulla o notevolmente migliorata, che il “promesso” aveva mandato loro.

Era un viaggio per mare scomodo e lungo, e fa specie immaginarsi queste grandi navi colme di giovani donne che andavano verso un uomo ignoto, un paese ignoto, un destino ignoto.

La chiave del libro la offre l’autrice stessa in sede di presentazione:

Da anni volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi -le cosiddette ‘spose in fotografia’- che giunsero in America all’inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vista di un ‘noi’ corale, di un intero gruppo di giovani spose”.

Questo fa Otsuka, e questo è sicuramente il maggior pregio del libro: un grande canto collettivo che racconta con singolare efficacia e forza tante storie di speranza, sradicamento, nostalgia, timore, sofferenza, fatica che credo pochi -e certo non io fra questi- conoscono.

L’incontro con il futuro marito, quello con usi , lingua e costumi incomprensibili (“All’inizio non smettevamo mai di stupirci. Perché montavano a cavallo da sinistra invece che da destra? Come facevano a distinguersi l’uno dall’altro? Perché gridavano sempre? Davvero appendevano piatti alle pareti, anziché quadri? E avevano serrature a tutte le porte? Ed entravano in casa con le scarpe?”), il parto, le malattie, le morti, il lavoro durissimo, l’integrazione mai totalmente riuscita,  vengono narrati  con un “noi” che assomma tante storie individuali, riuscendo però a dar spazio a ciascuna di esse.

Ciò fino all’attacco di Pearl Harbour, lo scoppio della guerra , la decisione di Roosevelt di considerare i residenti giapponesi come potenziali nemici con conseguenti traduzioni forzate e nuovi sradicamenti.

I giapponesi vengono mandati via dai luoghi dove hanno vissuto, sofferto e sperato per decenni: “la città si sente stranamente nuda, ed è quasi come se i giapponesi non fossero mai stati qui”; e lasciano nei residenti un inaspettato senso di vuoto: “E il fine settimana, quando li vediamo seduti in veranda a fumare e bere fino a tarda notte, cominciamo a rimpiangere i nostri vecchi vicini, i tranquilli giapponesi”.

Un libro bello e insolito, anche se in alcuni punti un pochino monotono.

Poronga