Louis-Ferdinand Céline “Viaggio al termine della notte”

cel.pngLouis-Ferdinand Céline era un dannato; basta vedere due minuti delle sue due o tre interviste presenti su YouTube per rendersene conto. Oltre che una forma di selvaggio anarchismo nichilista si portava dietro un disgusto totale per la vita e gli uomini (“è degli uomini e di loro soltanto che bisogna aver paura, sempre”), un pessimismo ossessivo (“tutto finisce in niente”; “ non si sale mica nella vita, si scende”), un costante senso di morte, disfacimento e putridume (“per quanto vecchie, per quanto degradate siano, le cose trovano ancora, non si sa dove, la forza di invecchiare“) che ne facevano un vero disperato. Doveva avere anche un istinto di autodistruzione bello forte, se è vero che dopo l’apparire nel 1932 del “Viaggio” e successivamente di “Morte a credito” (altro capolavoro), che ne fecero un famoso scrittore, per quanto molto controverso, si ficcò in posizioni di fanatico antisemitismo che gli valsero l’esilio, la prigione, e un ultimo periodo di vita di povertà e di isolamento quasi totali, in compagnia solo dei suoi cani e della moglie Lucette, che per vivere assieme a una persona così doveva essere o una matta completa o una persona di grande cuore e intelligenza, o forse entrambe le cose.

Un tipo dunque dal quale stare alla larga, se non fosse che era non solo uno straordinario scrittore ma, a modo suo, un uomo di grande umanità, che lo spinse a lavorare per molti anni praticamente gratis nei quartieri più diseredati di Parigi quale medico dei poveri.

Tutte queste qualità si rinvengono nel “Viaggio”, certamente uno dei più grandi romanzi scritti del XX secolo.

È un romanzo fortemente autobiografico, che si apre con l’impulsivo arruolamento di Ferdinand (tanto per far capire al lettore che aria tira Céline inserisce in una delle primissime pagine un sonoro bestemmione), che parte così per la guerra conoscendone gli orrori.

Tornato ferito e in preda a gravi turbe psichiche, Ferdinand dopo un periodo di internamento in un ospedale psichiatrico per reduci di guerra, parte alla volta dell’Africa nera dove svolge un oscuro lavoro per una impresa coloniale. Passa poi negli Stati Uniti, in pieno periodo fordista, dove sbarca il lunario con umili lavori. Tornato in Francia si laurea in medicina e si dedica alla professione di medico in un povero quartiere della periferia parigina.

Non vi è molto altro da dire su quello che racconta Céline, molto invece sul come racconta, con una scrittura violenta e scorbutica, intrisa di corrosivo sarcasmo (il lato comico di C. di cui alcuni parlano io non lo vedo per niente), che probabilmente perde molto nella traduzione, ciononostante imponendo in pieno la sua singolare e straordinaria potenza.

Dopo di che vi sono improvvisamente degli squarci di umanità e di pena così profonda e intensa da lasciare veramente di stucco (“E’ forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare sè stessi prima di morire”).

Per esempio, quando Ferdinand scopre che Alcide, un francese, si è seppellito in Africa al solo scopo di pagare gli studi alla nipote scrive:

Evidentemente Alcide faceva evoluzioni nel sublime come se fosse casa sua, per così dire con familiarità, dava del tu agli angeli, ‘sto ragazzo, e aveva l’aria di niente. Aveva offerto quasi senza un dubbio a una ragazzina vagamente apparentata anni di tortura, l’annichilimento della sua povera vita in quella torrida monotonia, senza condizioni, senza mercanteggiare, senz’altro interesse che quello del suo buon cuore. Offriva a quella ragazzina lontana tanta tenerezza da rifare il mondo intero e questo non si vedeva.

S’addormentò di colpo, alla luce della candela. Finì che mi alzai per guardare bene i suoi tratti alla luce. Dormiva come tutti. Aveva l’aria proprio normale. Però non sarebbe poi tanto male se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi“.

Oppure quando Ferdinand è al letto di morte del suo solo amico:

La forza gli mancava e poi i mezzi. Piangeva, soffocava e rideva subito dopo. Non era come un malato ordinario, non si sapeva come comportarci davanti a lui. Era come se cercasse di aiutarci a vivere adesso noialtri. Come se lui avesse cercato per noi dei piaceri per restare. Ci teneva per mano. Una per uno. Lo baciai. C’è solo quello che si può fare senza sbagliare in casi del genere”.

O infine l’addio di Ferdinand a Molly, che se non è la cosa più bella che ho mai letto poco ci manca.

Vi è una bella lettura di queste pagine, nelle diverse traduzioni che le sono state date, fatta da Alessandro Baricco, Gabriele Vacis e Stefania Rocca, di cui metto il link. Spero lo guardiate.

Poronga

 

 

 

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