Joel Dicker “La verità sul caso Harry Quebert”

QuibertdC’è un grande scrittore ultratrentenne che ama una quindicenne e così declama:
“Avrei voluto strapparmi il cuore dal petto, tanto la amavo”.
Oppure:
“Mia Nola, Nola tesoro, Nola d’amore. Che hai fatto? Perché volevi morire? L’hai fatto per colpa mia? Ti amo, ti amo più di ogni cosa. Non lasciarmi. Se tu muori, io muoio. Tutto ciò che mi importa della vita, Nola, sei tu. Quattro lettere: N-O-L-A-“.
Oppure:
“A volte vado sulla spiaggia e grido il suo nome. E quando non ho più la forza di urlare, mi siedo sulla sabbia e piango”.
Non da meno sono i dialoghi fra i due:
“Da dove vengono le onde?” chiese Nola. “Da lontano”, rispose Harry.
Oppure.
“Quando ci si ama il tempo vola”. “Non lasciarmi, Harry”.
Quando poi lui scrive lei gli dice:
“Gabbiani! Metti tanti gabbiani nel tuo romanzo!”, diventando “a poco a poco la musa e la guardiana del suo capolavoro”, che crea attorno a lui “ una bolla che lo separi dal mondo, per dargli modo di concentrarsi sulla scrittura e permettergli di realizzare l’opera centrale della sua vita”.
Poi c’è un altro grande scrittore, più giovane,  che narra la storia raccontata nel libro. Tra il primo grande scrittore e il secondo grande scrittore vi è un rapporto docente/discente che si trasforma in amicizia. Questi alcuni degli insegnamenti dati dal primo al secondo:
“Qualcuno vorrà farti credere che i libri hanno a che fare con le parole, ma è falso: in realtà, hanno a che fare con le persone”
Oppure:
“Impara ad amare i tuoi fallimenti, Marcus, perché saranno loro a formarti”.
Oppure:
“Devi boxare come scrivi, e scrivere come boxi” (i due infatti fra una ispirata scemenza e l’altra, ogni tanto si prendono a sganassoni per rinvigorire oltre che la mente anche il corpo).
Poi c’è un tizio che da ragazzo è stato preso a calci sulla testa da dei teppisti e che, rimasto menomato, parla in questo modo:
“No! Pietà! Quefto no! Quefto no!”.
Oppure:
“Ho dovuto uffiderla”.
Oppure:
“Nella cafa, vicino alla forefta”; al che l’interlocutore risponde “Cristo!”  (non “Crifto” perché lui parla bene).
Quanto al resto immaginatevi un grande polpettone, con gli ingredienti più disparati (capperi, salame, cioccolato, du’ cozze ecc.); per di più si tratta di un libro lento, sciatto, puerile, mieloso, supponente, sentenzioso, ridicolo. Neppure il complicato plot è granché, né lo sono i colpi di scena finali su cui l’esausto lettore alla fine si accascia.
E’ uno dei best-seller di questi ultimi tempi, che Sandro Veronesi, producendosi in una colossale marchetta, ha definito (Dio lo perdoni) come libro “umputdownable”.
Poronga