Wu Ming “L’armata dei sonnambuli”

wuMi sono sforzato di classificare quel’ultima fatica del collettivo bolognese rendendomi conto che non è affatto facile. Forse con L’armata dei sonnambuli è nato un nuovo genere letterario.

Si entra sin dalle prime righe nello scenario surreale della rivoluzione francese e Wu Ming lo fa facendoci passare attraverso i nasi del popolo, grondanti per il freddo, coperti di nei e verruche: i disgustosi nasi della rivoluzione!

Sicuramente la componente principale del romanzo è la  magistrale ricostruzione storica, tuttavia le descrizioni, gli intrighi e i personaggi che si incontrano nelle comunità dell’Auvergne completamente isolate e dimenticate dal regime mi hanno ricordato   lo stile horror di Lovercraft. Poi dall’horror al grottesco con le storie personali  dei protagonisti, tutti storicamente studiati e documentati, che vengono magistralmente intrecciate in un linguaggio che non esito a definire “splatter”. Questo “slang” del popolo/io narrante della rivoluzione  è pieno zeppo di spassosissimi neologismi che costituiscono un monumento al “bolognese di strada”.  

L’idea di fondo è che la Rivoluzione francese, sia il laboratorio politico del moderno, da cui nascono non solo la nozione stessa di destra e sinistra, ma anche le destre e le sinistre moderne nella loro articolazione interna.

A questo proposito, il susseguirsi di metafore e di riferimenti attualissimi  è incredibile al punto di chiedersi se si è stati in grado di coglierli tutti o se sarà necessaria una successiva rilettura.

La metafora principale è quella del mesmerismo o magnetismo animale. La teoria, piuttosto in voga nel periodo, sostiene che un corretto funzionamento dell’organismo dipenda da un armonioso flusso del magnetismo animale che lo attraversa. Mesmer sottoponeva perciò i suoi pazienti all’applicazione di calamite e induceva loro stati alterati di coscienza chiamati “sonnambulismo artificiale”. La metafora paradossale e, per un certo verso  grottesca, sta proprio nell’utilizzo di questa pratica che nel romanzo ribalta la base illuministica secondo cui l’agire politico si basa su scelte razionali compiute da agenti liberi…….

Geniale è pure quella del teatro, scritta quasi fosse un copione e interpretata magistralmente da Leondida Madonesi . 

Leo, il “Paiatz”, attore appassionato ma di scarso successo, scopre in pieno periodo del Terrore che la strada è un palcoscenico ben più interessante, ancorché pericoloso, del teatro che lo ha appena espulso. Si rende conto che la politica anzi la stessa rivoluzione è una gigantesca rappresentazione  teatrale in cui la ghigliottina è primo attore e al tempo stesso deus ex machina, e decide di entrarvi costruendosi il costume  di Scaramouche, che lo trasforma in un surreale supereroe solitario, castigatore dei controrivoluzionari. Le sue riflessioni nei passaggi più critici della sua vita, immancabilmente intrise degli insegnamenti del suo tutore, rigorosamente  in dialetto emiliano, sono una vera delizia.

Altra chicca è la figura femminile che va oltre ben  oltre la protagonista Marie Noziere, bellissima sanculotta  in cerca di riscatto, in lotta con la sua maternità, la militanza e il lavoro, arrivando alle donne dei quartieri popolari,  le Amazzoni, le “Claire Lecombe”: borghesi vestite da uomini che avanzano istanze femministe tali da scavalcare a sinistra il maschilismo “rivoluzionario” e superare il femminismo contemporaneo.

Non posso non citare infine i “Muschatini” o “Gioventu dorada” definiti anche” Teppa sgargiante” o “vermi brulicanti entro le proprie stesse ferite” e cioè il braccio armato della reazione. Chiunque come il sottoscritto abbia vissuto in prima persona gli anni ’70 non può non riconoscervi i giovani neofascisti che imperversavano in Italia i quegli anni. Infami che  somministrando violenza gratuita  ai più deboli sotto la copertura dei servizi segreti avevano il preciso scopo di generare tensione sociale……

Be, facciamola finita, è davvero un “piccolo” capolavoro di ingegneria letteraria di 800 pagine, leggetelo e basta!!!!!!

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