Mohamed Mbougar Sarr “La più recondita memoria degli uomini”’

Il protagonista di questo romanzo, un giovane scrittore nigeriano residente a Parigi, apprende dello sconvolgente  libro di un autore africano, pubblicato negli anni ’30, dal titolo “Il Labirinto del disumano” introvabile da decenni, ma sul quale riesce a mettere le mani grazie all’incontro con una specie di scrittrice-fattucchiera sessantenne che gli presta la sua copia. Il libro “è la storia di un uomo, un Re sanguinario che cerca il Potere ed è pronto a commettere il Male assoluto per ottenerlo, ma scopre che anche le strade del Male assoluto lo riportano all’Umanità”. Vabbè.

Questo volume apre al nostro protagonista degli scenari impensabili, anche se non ho approfondito quali, essendomi scontrato con una serie di frasi e sentenze che mi hanno stroncato.

Ad esempio: “La verità è che soltanto i libri mediocri o brutti o banali parlano di qualcosa. Un grande libro non ha un tema e non parla di niente, cerca soltanto di dire o scoprire qualcosa, ma quel soltanto è già tutto e anche quel qualcosa è già tutto”; “Che balsamo meraviglioso è la risata del Cristo”; “Feci un profondo sospiro e mi infilai senza difficoltà, come una supposta, nel buco del culo già lubrificato del mondo. Uno ha le esperienze pascaliane che può”.

Come l’ultima citazione testimonia, vi è anche un insistito esercizio volto a sciorinare cultura e genio sovversivo, che del resto accomunano quasi tutte le frequentazioni letterarie del Nostro, quali ad esempio un certo “terribile” Faustin, “un poeta segreto che aveva pubblicato un’ opera di  settantadue pagine, il ‘Mirabolario barbaro’, grande poema epico scritto in esametri dittici (a cesura trocaica) e pieno di vocaboli dimenticati”.

Per il resto, almeno fino a dove sono arrivato (100 pagine circa) è tutta una celebrazione dello scrivere come atto eroico e totale, condita da una insopportabile enfasi, e spesso vittima di banali stereotipi, come quello, puntuale, dello scrittore che scrive al tavolo di un caffè “come una furia senza curarsi di niente e di nessuno“.

Per me un libro goffo, sgraziato e irritante. Premio Goncourt 2021.

Poronga

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