Roberto Bolaño “Puttane assassine”

bolaParlando di Javier Cercas, Poronga ha recentemente detto che Bolaño è uno dei suoi miti letterari. Ho anche visto che in passato aveva recensito il monumentale romanzo postumo 2666. Io di Bolaño avevo letto soltanto, e diverso tempo fa, Amuleto, che mi era piaciuto sì e no. Avevo poi comprato una raccolta di racconti, Chiamate telefoniche, che per adesso è rimasta nel cassetto. Ho pensato però di provare con quest’altra raccolta di racconti, appena uscita da Adelphi ( era però già stata pubblicata da Sellerio più di dieci anni fa ) che rappresenta anche il suo ultimo libro pubblicato in vita.

Mi ha subito incuriosito l’epigrafe, un verso di Orazio: ” Con una risata finirà il processo, e tu te ne andrai assolto “. Non so cosa intendesse Orazio, ma man mano che leggevo mi tornava in mente quel verso e credo che per Bolaño il processo sia la vita, l’assoluzione la dipartita finale e la risata sia la letteratura, che rende sopportabili tanto la vita quanto la morte. Ma non mi sentirei affatto di escludere che, più prosaicamente,  Bolaño si riferisse all’assoluzione in un procedimento per guida in stato di ebbrezza; in questo caso la risata, dall’aldilà, se la farebbe anche alle mie spalle. Comunque, sono 13 racconti alcuni collegati, altri diversissimi fra loro, dove Bolaño dà libero sfogo alla sua debordante fantasia, spaziando fra argomenti e tecniche narrative differenti. Alcuni sono apertamente autobiografici – c’è un suo trasparente alter ego a nome Boleno, ma a volte anche solo B – ma anche in questi d’improvviso entra un elemento estraneo, magari folle e surreale. Altri non direi che affrontano ma sfiorano la situazione del Cile sotto la dittatura, ma senza nessuna indulgenza verso gli esuli ( ” … la vita piuttosto noiosa degli esuli, gente di sinistra che, almeno dalla cintura in giù, la pensava esattamente come la gente di destra che  a quel tempo si stava impadronendo del Cile ” ). Non direi che c’è un vero filo conduttore, se non il piacere della scrittura fine a se stesso. C’è un racconto di una decina di pagine di un solo periodo senza un punto, tecnica narrativa difficile e rischiosa, e a mio avviso non riuscita, tanto che i due racconti successivi, gli ultimi, li ho trovati piuttosto noiosi. Ma forse ero semplicemente stremato da quelle dieci pagine senza una pausa. In compenso, ci sono almeno due o tre racconti, o parti di essi, che non esito a definire grande letteratura. A volte la sua scrittura diventa davvero coinvolgente, le immagini visionarie e destinate a durare nella nostra memoria.

Insomma, probabilmente i suoi libri sono come  era lui e come viveva la sua vita da girovago. Non ho la presunzione di dire che un buon lavoro di editing avrebbe migliorato la sua opera, perché è pericoloso andare a rompere un equilibrio così delicato; però alcune cadute di livello sono davvero evidenti ed è un peccato perché nei momenti di grazia raggiunge invece picchi elevati. Comunque, vale senz’altro la pena di approfondire, e infatti credo che, in attesa di capire se affrontare le oltre mille pagine di 2666,  leggerò presto Chiamate telefoniche.

Tiresia

One thought on “Roberto Bolaño “Puttane assassine”

  1. Il grande Raymond Carver diceva che nei racconti un po’ di minaccia e di mistero ci stanno bene.
    Bolaño utilizza questa regola alla perfezione. I tredici racconti che compongono queste “Puttane” sono a tema e genere molto eterogeneo; alcuni più tradizionali (ad esempio “Silva, detto l’Occhio” o “Bubo”), altri esercizio di immaginazione quasi irreale (“Fotografi”), altri addirittura surreali (“Puttane assassine”), ma tutti accomunati da una scrittura linda, a tratti sonnambula, ma di grande personalità ed efficacia.
    C’è sempre, o quasi, questa idea di vita sull’orlo del baratro, questo senso precario e di possibilità/probabilità di distruzione, deragliamento, fine.
    Non è la sua opera che più mi ha colpito, ma anche qui B. si rivela scrittore unico e personalissimo; ed alcuni racconti (“Silva”, “Ultimi crepuscoli”, “Il ritorno”) li ho trovati bellissimi.

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