Aurelio Picca “Il più grande criminale di Roma è stato amico mio”

Edoardo Nesi, che non è proprio l’ultimo arrivato (Premio Strega 2011 e soprattutto traduttore di “Infinte Jest” di Foster Wallace) su “La lettura” di qualche settimana fa plaude a questo romanzo. Quindi proviamo.

Il narratore, Alfredo Braschi, gira con una pistola per abbattere il bestiame per farla pagare a chi ritiene responsabile della morte per droga della figlia. Ha sempre vissuto a contatto con la criminalità romana, e in particolar modo con Laudavino De Sanctis, detto Lallo lo Zoppo, feroce capo negli anni ‘80, autore di alcuni omicidi, rapine e numerosi sequestri di persona, tra i quali quello dell’ultra-ottantenne Palombini, che venne ucciso, ficcato in un congelatore e periodicamente tirato fuori per fotografarlo in modo da farlo sembrare vivo alla famiglia e ottenere così il riscatto.

Alfredo, giovanissimo, una sera incontra casualmente Lallo, che non conosce, e che gli regala la sua Ferrari. Nasce di qui una infatuazione che lo accompagnerà fino alla morte del criminale (“Di lui, ogni volta che becco chi lo ha  a conosciuto, ricompare la parola cattivo, cattivo, cattivo. E io invece lo adoravo“. Braschi non nasconde nulla del suo adorato: “Lallo si proclamava “comunista”. Sì, un comunista che prende a picconate il cadavere di un uomo per infilarlo del congelatore“.

A me il romanzo non è davvero parso un granché, ed il suo merito principale mi sembra sia quello di raccontare in modo duro, franco e senza infingimenti la vita furiosa e febbrile di questi personaggi megalomani, violenti e ignoranti, tutta crimini, macchinoni, e pacchianeria (Lallo nel giorno del suo matrimonio si presenta così: “capelli stirati, brillocco al dito, sigaretta accesa, pelliccia di visone sulle spalle, sguardo ed espressione beffardi”).

Alla fin fine un vero schifo di vita –come mi viene da concludere ogni volta che leggo cose sul tema, per esempio “Gli uomini del disonore” di Pino Arlacchi, un vecchio e bellissimo reportage sulla vita degli uomini di mafia- molto spesso curiosamente accoppiata a una strana fede religiosa, che ho il sospetto serva in qualche modo a bilanciare la bruttura che questo tipo di esistenza comporta.

Lo stesso Braschi, che pure vive ai margini della criminalità, dice di sé “Ero sereno come posso essere sereno io: al cielo nuvoloso“, annotando anche che: “Uno pensa che i criminali, i banditi, proprio perché sono quello che sono non abbiano bisogno di amore. Invece ne hanno bisogno come quelli normali“. Il che conferma anche l’inutilità e anzi la dannosità di una risposta puramente repressiva ai disastri che questo tipo di persone combinano.

Poronga