Hannah Arendt “La banalità del male”

Adolf Eichmann, il massimo responsabile dei rastrellamenti e della deportazione di ebrei, zingari e quant’altre “razze inferiori” o “categorie menomate” per le quali il Reich decise la “soluzione finale”, al termine della guerra fuggì in Argentina. Nel 1960 il Mossad lo rapì e lo portò a Gerusalemme, dove Eichmann venne processato da un tribunale israeliano, condannato e impiccato.

La Arendt seguì il processo come inviata del New Yorker, e scrisse poi questo libro che non ne è solo la cronaca minuziosa, ma una grande e lucida riflessione sull’accaduto e sulle sue cause, oltre che preziosa rappresentazione di una follia tanto banale quanto paurosamente cupa e distruttiva.

Continua a leggere