Richard Powers “Il sussurro del mondo”

Ne ho letto metà, poi sono passato ad altro, poi ne ho letto un altro po’. Non si può dire quindi che non ci abbia provato.

Il libro è un estremo e disperato allarme sull’enorme e irripetibile patrimonio boschivo e forestale, frutto di millenni, che la insensata cupidigia dell’uomo sta rapidamente distruggendo. Ed è anche un atto d’amore verso la natura. È inoltre un libro molto pensato, preceduto da un ammirevole sforzo informativo e di ricerca, fortemente “militante”. Però tutto questo non basta a fare un buon libro.

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Primo Levi “La chiave a stella”

Un libro di sorprendente bellezza. Due tecnici si trovano per caso insieme in Russia per motivi di lavoro. Uno è un chimico, e, anche se non lo dice, si chiama Primo Levi; l’altro è un montatore di ponti, gru, strutture metalliche ecc., e si chiama Faussone.

Faussone racconta, Levi annota. Faussone è un tecnico super specializzato, di grande competenza e perizia, dallo stile “sobrio e composto”. È uno spirito indipendente, un giramondo  (di sè dice: “… dove mi mandano  vado, anche in Italia, si capisce, ma in Italia mi mandano di rado perché io so il mestiere troppo bene”; e ancora: “in città non mi trovo. Perché vede, io sono uno che non tiene il minimo. Sì, come quei motori con il carburatore un po’ starato, che se non stanno sempre su di giri si spengono, e allora c’è pericolo che si bruci la bobina. Dopo un po’ di giorni mi vengono tutti i mali…“).

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Carmen Korn “Figlie di una nuova era” di Carmen Korn

Se avete amato la saga della Ferrante non fatevi scappare questa straordinaria trilogia che seguendo, come nell’amica geniale, l’intera vita di due amiche d’infanzia ci racconta il Novecento tedesco invece di quello italiano, sostituendo l’ambientazione napoletana con quella di Amburgo, perché, come scrive Alessandra Fontana nel sito web La lettrice controcorrente è: “Uno strano destino, quello delle donne nate nel 1900: avrebbero attraversato due guerre mondiali, per due volte avrebbero visto il mondo crollare e rimettersi in piedi, stravolgersi per sempre sotto i loro occhi”.

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Nadine Gordimer “Racconti di una vita”

Rimasto tempo fa abbastanza deluso dalla raccolta di racconti “Il Salto”, stante la caratura di questa autrice ho voluto riprovare con questa ulteriore raccolta; non è andata meglio, anzi.

Tutti i racconti che ho letto mi sono sembrati opachi, freddi, lontani. Non me ne è piaciuto neanche uno, e quindi giunto a circa due terzi ho deciso di passare ad altro.

Ulteriore caso di assegnazione del Nobel per la letteratura che trovo incomprensibile, salvo che per ragioni latu sensu politiche, ossia la volontà di premiare il soggetto di cui questa scrittrice si è sempre occupata: l’aparthied in Sudafrica.

Poronga

Raymond Chandler “La semplice arte del delitto” (parte prima)

Per chi non conosca Chandler vale senz’altro di più la pena leggere i suoi capolavori : “Il grande sonno”, “Addio mia amata” ecc.; ma per i chandleriani, fra i quali io mi schiero convinto, anche la lettura di questi racconti minori è senz’altro consigliabile (anche se confesso che del primo non ho capito quasi nulla).

Protagonisti sono sempre detective privati, poliziotti, ecc., ma che non sono altro che varianti (una in una divertente salsa latino-americana) di Marlowe, a mio parere di gran lunga la più bella figura partorita dalla letteratura noir.

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John Banville “Congetture su April”

Un Banville sensibilmente diverso dall’autore dei libri di cui ho precedentemente parlato; molto meno “nabokoviano”, qui sembra un scrittore “normale”, anche se pur sempre di tuttissimo rispetto.

L’intero romanzo ruota attorno alla sparizione di April, una giovane ragazza di cui abbastanza poco sembra importare a tutti salvo che a una sua amica, Pheobe, che per vederci chiaro comincia delle ricerche coinvolgendo suo padre. Questi,  Quirke, è un anatomopatologo con seri problemi di alcolismo dei quali cerca di venire a capo, ma senza troppa convinzione (in tutto il romanzo si beve molto, e continuamente, e continuamente piove durante il febbraio dublinese). Quirke ha una storia molto complicata con Pheobe, che ha scoperto essere sua figlia quando questa era già una ragazza, e della quale il loro rapporto risente ancora molto.

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Silvio D’Arzo “Casa d’altri”

A volte ci sono delle perle letterarie nelle quali ci si imbatte per puro caso: nel mio una intervista di Gene Gnocchi -ebbene sì- che indicava questo racconto lungo come una delle sue letture preferite.

In un sperduto borgo montanaro, credo negli anni ‘50, si muovono i due protagonisti: un prete forse stanco e rassegnato che amministra il suo sacerdozio come meglio può, e Zelinda, una anziana contadina che viene descritta così: “Aveva pelle scura e rugosa, e capelli color grigio-passera e vene dure e sporgenti come neanche un uomo le ha. E se una pianta può in qualche modo servire a dar l’idea di un cristiano, bene, un vecchio ulivo di fosso è quel che ci vuole per lei. Aggiungeteci poi due orecchini di rame e un grembiule nero alla vita e ai piedi qualcosa come i due zoccoli più curiosi del mondo. E aggiungeteci anche una certa aria di bestia selvatica o di bambino viziato o magari di tutti e due insieme. Eccola qui in due parole. A vederla così, mi pareva che ormai né stanchezza né noia potessero più qualche cosa su lei: si lasciava vivere e basta, ecco tutto.“.

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Imre Kertész “Essere senza destino”

Il quattordicenne Köves Györky, ebreo ungherese di media estrazione, un giorno, mentre viene portato al lavoro coattivo, viene improvvisamente fatto scendere assieme agli altri occupanti dal pullman che lo sta portando in fabbrica. Senza nessuna spiegazione viene caricato sul solito vagone ferroviario e portato, in condizioni terribili, ad Auschwitz. Qui la prima selezione, frutto di una rapida occhiata, fra gli abili al lavoro e gli inabili, che vanno al gas.Quello che segue è la solita storia di inaudite violenze e privazioni.

La particolarità e il maggior valore di questo libro credo sia nella descrizione, straordinariamente efficace e per alcuni versi insolita, della condizione degli internati.

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Enrico Ruggeri “Un gioco da ragazzi”

Enrico Ruggeri, milanese classe 1957, è un grande Artista (cantante sarebbe riduttivo) estremamente poliedrico, che ha scritto memorabili pezzi per altri (“Il mare d’inverno” per Loredana Bertè, “Quello che le donne non dicono” per Fiorella Mannoia) e per se stesso (“Non piango più”, “Il futuro è un’ipotesi”, “Anna e il freddo che ha”, “Nessuno tocchi Caino” con Andrea Mirò).

Ha fondato alla fine degli anni Settanta il gruppo Punk dei Decibel, è stato il primo a vincere il Festival di Sanremo con un brano Rock (“Mistero”) ben trent’anni prima dei Maneskin, ha condotto trasmissioni televisive di successo, presieduto la Nazionale di calcio cantanti ecc.

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