Stendhal “La Certosa di Parma”

Fabrizio del Dongo, focoso idealista di nobili origini, con l’incoscienza e l’ingenuità dei suoi 17 anni si unisce alla truppe napoleoniche, sfortuna vuole, proprio nella battaglia di Waterloo, che segna la definitiva sconfitta del grande uomo.

Stendhal, con occhio benigno e lievemente ironico, ne segue le poco gloriose vicende -per incominciare i soldati francesi, insospettiti dal suo italiano, lo mettono in gattabuia, da dove riesce in qualche modo a scappare trovandosi nel fischiare di cannonate e schioppettate di cui poco o nulla capisce, con la sola preoccupazione che quello sia davvero il suo “battesimo del fuoco”- fino all’epilogo dei suoi 24-25 anni.

Fabrizio è un personaggio molto riuscito: bello,  amabile, sincero fino all’ingenuità, gaudente, audace, vitale e positivo, incostante (di sé dice: “mi pare proprio che natura mi abbia negato la capacità di amare e di accorarmi per amore; più in su del volgare piacere non so andare“), conduce vita di corte presso il Granducato di Parma sotto l’ala protettiva della zia, l’ammiratissima contessa Gina Pietranera, che nonostante il rapporto di parentela e i quasi vent’anni che li separano,  nutre per il ragazzo un sentimento tutt’altro che casto e tutt’altro che non ricambiato, come S. lascia sornionamente intendere.

Il romanzo narra le alterne vicende del suo protagonista fra avventure, alti e bassi (compresi diversi imprigionamenti), sfide e duelli, conquiste femminili a profusione, fino a quando Fabrizio, fulminato da subitaneo amore per la giovane Clelia, inizia a soffrire come un cane, trattandosi di amore apparentemente impossibile, sfogando le sue passioni in ardenti e ispirate prediche che svolge nella sua alquanto improbabile attività di alto ecclesiastico, e che gli procurano una travolgente fama.

S.  racconta con uno stile lieve, malizioso ed ironico, come se si trattasse di un nipote tanto scapestrato quanto amato.

Ho trovato però eccessivo, e alla fine noioso, l’ampio spazio dedicato alla vita di corte, cosa di cui S. a un certo punto sembra rendersi conto, quasi scusandosi, laddove, verso la fine del romanzo scrive: “probabilmente il lettore è un po’ stanco di tutti questi dettagli di procedura non meno di quello che lo è di tutti questi intrighi di corte”. Infatti.

Nel contesto di corte spicca però il conte Mosca, potentissimo primo ministro del Granducato e indulgente marito della Pietranera, uomo intelligentissimo, realista fino al cinismo, e di grande abilità manovriera.

Mi ha sconcertato il finale del romanzo dove S., come lui stesso dice, “salta a piè pari” tre anni, cita il ritiro di Fabrizio nella Certosa di Parma (curioso che il romanzo prenda nome da un edificio che viene nominato per la prima e unica volta nel finale), e in poche pagine fa morire tutti. Forse si era stancato anche lui.

Devo dire che, come mi accadde quando da giovane lo lessi una prima volta, questo romanzo non è che mi abbia proprio entusiasmato, lasciandomi la sensazione di una certa qual inconsistenza e leggerezza, come di acqua fresca e piacevole che scorre lasciando una vaga traccia.

Deve trattarsi di un problema mio, che mi si è presentato varie volte (per fortuna con varie eccezioni) leggendo i grandi classici della letteratura francese, compreso “Il rosso e il nero”.

Poronga

Pubblicità

One thought on “Stendhal “La Certosa di Parma”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...