Anna Burns “Milkman”

Libro pluripremiato (fra gli altri un Booker Prize) ha come protagonista una ragazza diciottenne che racconta la vita sua e della comunità che le sta attorno in Irlanda del Nord durante il periodo dei cosiddetti “troubles”, quando protestanti e cattolici, divisi da un odio profondo, pur costretti a vivere fianco a fianco si sparavano gli uni con gli altri, massacrandosi in frequenti attentati dinamitardi: “era un continuo vacillare e vorticare. Era vendetta e controvendetta“.

Burns racconta efficacemente tutto ciò -“dove vivevo io, un luogo che pareva sempre immerso nelle tenebre”-, “in quell’epoca di gente estremista e orribile, e in quelle strade, che non erano altro che un campo di battaglia“, in un eterno conflitto cui non era assolutamente possibile sottrarsi: “tu creavi una dichiarazione politica ovunque andassi, qualunque cosa facessi, anche se non ne avevi l’intenzione; il tutto dominato da una radicale “assenza di ascolto, una ostinazione inscalfibile”.

Ann Burns adotta uno stile e un metro narrativo del tutto particolari, a partire dal fatto che non parla mai né di cattolici e protestanti. La ragazza protagonista e io narrante del romanzo non ha nome, come non hanno nome tutti i personaggi, identificati solo come padre, madre, sorella maggiore, terza e quarta sorella, forse-fidanzato.

E poi c’è questo ossessivo personaggio, detto il lattaio, che perseguita silenziosamente la ragazza, già guardata con sospetto da tutti solo per la sua abitudine di leggere libri mentre cammina per strada.

Riconosco i pregi di questo romanzo dallo stile e costruzione molto personali, pieno di virtuosismi e dalla ricca fantasia espositiva: fin troppo ricca, trovando decine di modi, magari anche efficaci e originali (ma non sempre, e talora astrusi) di raccontare la medesima condizione; un libro tuttavia che alla fine mi è sembrato prigioniero dei suoi schemi, fermo, e soprattutto alquanto monotono.

O sei un fuoriclasse o una prova del genere non te la puoi permettere.

Quindi, giunto a un terzo, ho lasciato perdere, pur essendo per alcuni versi ammirato.

Poronga

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