Douglas Stuart “Storia di Shuggie Bain”

All’inizio degli anni ’80, in una Glasgow devastata dal più feroce thatcherismo, Annie Bain è alle prese con la minaccia incombente della miseria, un marito egoista, furbastro, donnaiolo e privo di scrupoli, che la pianta subito dopo averla costretta a traslocare in una specie di topaia assieme ai tre figli fra i quali quello minore, Shuggie, con il quale la donna ha uno specialissimo e tenero rapporto.

Le cose sono complicate dalla omosessualità di Shuggie, che poco a poco gli si rivela, in un contesto pieno di pregiudizi che attraversa tutte le classi, a cominciare da quella cui appartiene.

Giunto a circa un quarto del libro mi sono fermato, soprattutto perché Stuart, che pure una recensione apparsa su “La Stampa” indica come “un grandissimo e potente scrittore” secondo me scrive proprio male.

Qualche esempio: “Scacciò il ricordo e si impose di non guardarlo più, ma più distoglieva lo sguardo e più quello tornava a sbocciare, come un fiore terribile. Il rimorso si depositò come umidità nelle sue ossa, imputridendola di vergogna. Cercò una sigaretta con cui rivestire la gola infiammata; se la sentiva nera e appiccicosa come l’asfalto in luglio”; “Lei aveva i molari ormai ridotti in polvere“; “Agnes, soffice e scintillante, giaceva come un abito da sera gettato sul pavimento“.

Questa ultima citazione è stata la mazzata che mi ha messo KO; e non credo possa essere solo colpa del traduttore.

Quasi fatale che una simile prosa scada in un che di monotono e patetico che mi ha ulteriormente scoraggiato.

Booker Prize 2020.

Poronga

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