John Updike “Riposa Coniglio”

Tempo fa avevo provato con “Corri, Coniglio”, il primo libro della famosa tetralogia di U., e ne ero rimasto deluso al punto di non finirlo. Ho riprovato a distanza di anni con questo, che è il quarto libro, e per una buona metà l’ho trovato veramente bello (almeno tre teste e mezzo).

Il cinquantacinquenne pensionato Harry Angstrom (Coniglio) vive -manco a dirlo- in Florida con la moglie Janice. “Lui gioca a golf tre o quattro volte alla settimana mentre lei ha il tennis, i gruppi e le faccende”. Lei “sfoggia una maglietta rosa con alligatore e comodi pantaloni color fucsia, del tipo che da quelle parti le donne indossano per andare a fare la spesa”.

Con questi ed altri fulminei tocchi U. illustra efficacemente l’american way of life nell’epoca immediatamente post Reagan (al quale dedica un icastico ritrattino: “… aveva quel suo distacco sognante; il lato formidabile della sua presidenza era che non si capiva mai se sapeva tutto o non sapeva niente”), con gli onnipresenti videogiochi, pubblicità martellante, televisione, cibi e bibite ipercaloriche, manie salutiste ecc.: insomma la colorata macedonia che ben conosciamo.

In questa cornice Coniglio, ex giocatore di basket e quindi commerciante d’auto, attività entrambe svolte con un certo successo, si dibatte fra due problemi di fondo: quello della sua salute, minata dalle porcherie che Harry mangia e beve compulsivamente anche dopo essere stato sottoposto ad un intervento al cuore, e il figlio Nelson, che  già di per sé malsopporta, e che si scopre essere una cocainomane che sta mandando alla malora l’azienda ereditata dai genitori e la sua famiglia. Il tutto è complicato da una poco chiara relazione, non asessuata, con la bellissima moglie di Nelson. Sì, perché Coniglio è sempre stato molto sensibile alle lusinghe femminili, tradendo più volte, anche per lunghi periodi, anche platealmente, la moglie Janice.

Non si può certo dire che Coniglio sia un eroe positivo: padre polemico, anaffettivo e castrante, marito egoista ed autocentrato, ossessionato dai problemi di salute e dal timore della vecchiaia e delle malattie, certamente di non ampie vedute e alquanto benpensante, talora francamente stronzo; e neppure si può dire che la sua sia una vita felice, priva com’è di amicizie, buone relazioni, incapacità di avere relazioni che non siano quelle con i coetanei con in quali  si sfida a golf. Più in generale è proprio la vita di tutti i personaggi che compaiono nel libro ad apparire infelice, chiusa in una bolla di scarsa o nulla comunicazione e di sostanziale solitudine.

Nel descrivere tutto ciò U. è veramente bravo ed efficace, infilando anche pezzi di autentico virtuosismo, come la gita familiare alla casa-museo di Edison (dove spiccano l’esilarante episodio in cui il rapace Harry mangia del cibo per animali scambiandolo per salatini nonché le figure dei nipoti: la linguacciuta e saccente Judy e il piccolo Joy, bambino chiaramente disagiato), e la magistrale descrizione dell’infarto che coglie Harry mentre è in gita su una piccola barca a vela con la nipotina.

La seconda parte del libro (una testa e mezzo scarsa), lungamente preparatoria del definitivo tramonto di Coniglio, cala però vistosamente, e in certi punti addirittura si trascina. U. sconta anche uno stile talora troppo insistito e anche un pochino lezioso. Però anche il rapido finale è magistrale.

Questo libro è valso a U. il secondo Pulitzer della sia carriera.

Poronga

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