Damon Galgut “La promessa”

Meritatissimo Booker Prize 2021. Si narra la storia degli Swart, una benestante famiglia sudafricana. Quattro lunghi capitoli, distanziati di una decina d’anni l’uno dall’altro, segnati da quattro morti, e collocati nello sfondo della storia del Sud Africa, a partire dall’apartheid ancora in auge, con Mandela in carcere. In questo contesto si verifica la prematura morte di cancro di Ma, poi quella di Pa, poi quella della figlia maggiore Astrid, infine quella del figlio maschio Anton. Il romanzo si chiude, e benissimo, con l’unica superstite della famiglia, la ormai ultraquarantenne Amor, un bellissimo e severo personaggio, che trova una via d’uscita dal tragico destino che perseguita la famiglia -con morti spesso assurde che sfiorano anche lei quando, bambina, viene colpita da un fulmine-  in una vita spesa ad alleviare le sofferenze degli altri.

La “promessa” del titolo è quella fatta in punto di morte da Ma alla sua domestica nera Salome di donarle la casa in cui vive, poco più che una catapecchia, di cui la allora bambina Amor è testimone, così come è testimone della promessa di Pa di dare esecuzione a questa volontà. E’ tuttavia solo quando Amor resta unica erede dell’ormai distrutto patrimonio familiare che ciò si realizzerà; ma nel frattempo tutto è cambiato, ed irreversibilmente.

Altra figura di rilievo è Anton, il cui tragico destino è segnato dalla uccisione di una donna quando, diciottenne, è sotto le armi. Di sé dice “E’ vero, ho sprecato una vita”.

A che serve una famiglia? Una domanda interessante”, sbotta a un certo punto Galgut; la risposta data nel romanzo non è certo incoraggiante. Come minimo la famiglia non serve a nulla.

Galgut è uno scrittore notevolissimo, anche se, come si sarà capito, il romanzo è cupo e triste; c’è anche un singolare e macabro interesse, sia pure non troppo insistito (per fortuna) per la decomposizione dei corpi, anche quando vengono cremati.

D’altra parte G. ha tutte le regioni per non essere un tipo troppo allegro, essendo stato colpito all’età di sei anni da un tumore, come le sue biografie riportano.

Circola nel romanzo una atmosfera febbrile, che mi ha ricordato un altro grande scrittore sudafricano, John Cotzee (meritatissimo Nobel), ma anche un particolare tono intimo e colloquiale, che richiama Saramago.

Insomma, un gran libro, che merita appieno le tre teste e mezzo assegnate, considerato che nella mia graduatoria quattro teste vanno ai grandi capolavori, cinque alle pietre  miliari nella storia della letteratura.

Poronga

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