Louise Erdrich “Il guardiano notturno”

Premio Pulitzer 2021. La lettura di questo libro, unitamente al precedente de “Il sussurro degli alberi”, già commentato, conferma l’impressione che il conferimento di questo premio sia, almeno in alcuni casi, determinato molto più dal tema trattato, politicamente corretto, che non dalla qualità del libro premiato.

In questo caso Erdrich, traendo spunto dalla storia del nonno, infaticabile paladino della lotta per la sopravvivenza in primo luogo identitaria degli indiani d’America, racconta, romanzandola, una vicenda reale svoltasi nel 1953 allorché i bianchi americani, capeggiati da Arthur V. Watkins, un fanatico mormone profondamente razzista, sferrano l’attacco finale volto ad “assimilare”, ossia ad annientare, quel che rimane della antiche tribù indiane, seppellendo definitivamente i solenni trattati a suo tempo stipulati, finalizzati a preservare le popolazioni indiane “finché l’erba crescerà e i fiumi scorreranno”.

Thomas Wazhashk, esponente di spicco degli indiani chippewa, da molti secoli insediati nelle Turtle Mountain, Nord Dakota, si oppone con tutte sue forze a questo progetto, impegnando tutte le ore disponibili, comprese quelle che riesce ad utilizzare durante il suo lavoro di guardiano notturno in una fabbrica: “Quell’uomo era un turbine, di notte scriveva e di giorno teneva riunioni”.

Thomas è un uomo gentile, pacato, tenace, spiritoso; ma soprattutto è uno spirito libero, che darà un grande contributo alla sua gente, sia pure in modi sempre molto civili, non violenti e rispettosi della legalità.

Detto questo il libro ha delle qualità letterarie decisamente modeste, tanto che non ne ho sottolineato neppure un passo. Anche i miti, le leggende, le credenze, le tradizioni che fanno parte della cultura indiana, così fantasiosa e poetica (simboleggiata per esempio dai bellissimi nomi: Donna del giorno di nebbia, Vestito di pietra, Miraggio, Voce lontana, Giorno giallo, Tuono, Ferma il giorno, Centro del cielo, Fra il cielo) rimangono malinconicamente solo sullo sfondo della narrazione, lasciando l’impressione di una occasione mancata.

Insomma, un libro che racconta una storia che va senz’altro raccontata ma che, dal punto di vista della qualità letteraria, per rimanere ad alcuni altri Pulitzer recenti come “Less”, “Il tempo è un bastardo” o “Il cardellino” (sul quale pure ho qualche riserva), è separato da un abisso.

Poronga

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