Alberto Saibene “Milano fine Novecento”

Perdonate volentieri a codesto libro il colore della coperta. Un colore tipico delle mantelle che in Isvizzera indossano gli stradini nei giorni di pioggia: un lampo radioattivo che vi consentirà di ritrovarlo anche al buio. Perdonatelo perché l’editore, peraltro prestigioso, è di Bellinzona e perché l’autore vi prenderà dolcemente per mano conducendovi in un sapido viaggio attraverso la Milano del secolo scorso.

Che siate milanesi Doc (le famose tre generazioni), cosa rara, oppure milanesi d’istruzione, di formazione e lavoro, fatto assai più probabile, scoprirete molte cose che non conoscete della vostra città. Alberto Saibene appartiene a quella Milano-centro (Milano-Milano) intellettuale, imprenditoriale, residenziale, un po’ snob, un po’ radical-chic, ma soprattutto chic: perché da Milano proviene o è passato nel Novecento tutto ciò che conta e che rappresenta l’Italia nel mondo. Nessuna vanteria però, nessun “bauscia” sulla vostra strada, ma un racconto ironico, garbato e ricco di personaggi milanesi tutti da scoprire o riscoprire, dall’avvocato Delio Tessa al giornalista Beppe Viola. E poi la Rinascente, i Pirelli, ma anche il Parini (scuola), Il Manzoni (scuola), il Gonzaga (scuola): le appartenenze, le ri-conoscenze, gli incontri, le personalità che hanno segnato quella città e il Paese. Saibene è curioso di tutto e giudice di poco, forse con qualche idiosincrasia, ma tipica di una certa Milano in cui Berlusconi non ha mai avuto spiritualmente voce né spazio. Generoso nei ricordi, l’autore non lesina anche acute osservazioni attraverso i suoi personaggi, come quando ricordando lo zio Gianfranco scrive: “conservava dentro di sé il soffio del nostro Ottocento lombardo, con le villeggiature sul Lago Maggiore, la partecipazione concreta alla vita degli umili, mentre il successo professionale non era in alcun modo un metro per ricavare bilanci esistenziali” (p. 90). Nel raccontare Milano non c’è alcun intento esaustivo e neppur celebrativo, ma solo l’educata e sommessa pretesa di lasciare una traccia della memoria: si tratta di una città personale e pubblica alla quale, molto proustianamente, ogni lettore, in qualunque modo “milanese”, potrà aggiungere la sua, sommando naturalmente i propri ricordi a quelli dell’autore. Milano è sempre poco attenta al proprio passato, perché è costantemente proiettata verso il futuro: ecco dunque un bel libro nel quale più che la nostalgia troverete il sapore dolcemaro del tempo che passa e delle persone che non ci sono più.

G.S.

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