Annie Ernaux “Passione semplice”

La passione clandestina, totale e travolgente di una donna per un uomo; una condizione di volontaria schiavitù.

Sarebbe fare un torto a questo piccolo e bellissimo libro usare parole diverse da quelle della sua autrice.

Le continue attese: “Ricominciavo ad aspettare una chiamata con sofferenza e angoscia sempre maggiori man mano che s’allontanava la data dell’ultimo incontro“; “evitavo anche di usare l’aspirapolvere e l’asciugacapelli, che mi avrebbero impedito di udire lo squillo”.

Gli esiti degli incontri (che non vengono mai descritti): “Subito dopo la sua partenza, una immensa spossatezza mi pietrificava. Non ordinavo immediatamente. Contemplavo i bicchieri, i piatti con i resti, il portacenere pieno, gli abiti, i capi di biancheria sparpagliati nel corridoio, la camera, le lenzuola penzoloni sulla moquette. Avrei voluto conservare immutato quel disordine in cui ogni oggetto significava un gesto, un momento, componeva un quadro la cui forza e sofferenza non erano per me paragonabili a quelle di nessun altro quadro, in un museo. Naturalmente, non mi lavavo fino al giorno successivo, per serbare il suo sperma.

Calcolavo quante volte avevamo fatto l’amore. Avevo l’impressione che, ogni volta, qualcosa di più si fosse aggiunto alla nostra relazione, ma anche che era questo stesso accumulo di gesti e di piacere che ci avrebbe sicuramente allontanato l’uno dall’altra. Si esauriva un capitale di desiderio. Ciò che si guadagnava in fatto di intensità fisica, lo si perdeva in ordine di tempo”.  

Le mortificanti frustrazioni, accettate senza discutere: “Le limitazioni che mi imponeva la sua condizione di uomo sposato – non telefonargli, non spedirgli lettere, non fargli regali che avrebbe avuto difficoltà a giustificare, dipendere costantemente dalle sue possibilità di liberarsi“.

La perdita di interesse per tutto ciò che non era questo amore: “il weekend, una serata al ristorante, il corso di ginnastica o i risultati scolastici dei figli: tutte cose che, adesso, mi erano penose e indifferenti“.

L’inevitabile fine, e quanto resta: “Grazie a lui, mi sono avvicinata al limite che mi separa dall’altro, al punto da immaginare talora di superarlo.

Ho misurato il tempo in modo diverso, con tutto il mio corpo.

Ho scoperto di cosa si può essere capaci, cioè di tutto“.

La conclusione: “Quando ero bambina, lusso significava per me pellicce, abiti lunghi, e ville sul mare. Più tardi. ho creduto che fosse condurre una vita da intellettuale. Mi sembra ora che sia anche poter vivere una passione per un uomo o per una donna”

Mi piace pensare a questa donna come a una alter ego di Annie Ernaux: acuta, affascinante, al contempo impudica ed elegante, con uno sguardo sul mondo profondo e originale. Una grande scrittrice.

Poronga

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