Valentina Perniciaro “Ognuno ride a modo suo”

“La Rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà”, diceva l’anarchico Michail Bakunin ai tempi in cui un celebre motto recitava: “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!”
Poi ci penserà Pier Paolo Pasolini a scrivere che: “la serietà è la qualità di coloro che non ne hanno altre: è uno dei canoni di condotta, anzi, il primo canone, della piccola borghesia!”.

Sirio, il bambino nato due volte, la sua rivoluzione la fa nel secondo decennio degli anni duemila ridendo a modo suo, come titola questo libro, scritto da una madre che a un certo punto si accorge che suo figlio: “sorride e ride come un matto. Sei tu che non lo vedi”, e quelle parole di Paola la lasciano muta.
“Ingoio l’ennesimo boccone di madre ferita, su concessione, madre che nemmeno capisce quando suo figlio ride. Un boccone amaro, che riga gli occhi di lacrime. Allo stesso tempo un boccone dal sapore straordinario, perché Paola ha ragione. Sirio ride, adora rotolare, ama la pianolina e le voci forti che Paola e Barbara hanno nel giocare con lui: tutto il suo corpo ce lo dice, lo urlano i suoi occhi festanti. Sirio ride, devo solo imparare a vederlo”.
E allora, scrive mamma Valentina: “sono io a dover capire che ognuno ride a modo suo. E che il sorriso di mio figlio, con quella sua bocca ogni giorno più aperta e immobile, è bellissimo. Le parole di Paola mi insegnano a essere la mamma di Sirio, spesso a schiaffoni: è un regalo prezioso. Il mio orgoglio può aspettare. Sul tuo viso senza sorriso adesso hai imparato a muovere il tuo dito e disegnarla tu una splendida risata sulla tua bocca: ora le parole di Paola che mi spiegavano che le tue risate c’erano, non eravamo semplicemente in grado di leggerle, si sono materializzate davanti a me in quel guizzo di dito che disegna felicità sul tuo volto immobile. Ognuno ride a modo suo, piccolo straordinario amore di mamma, e mai smetterò di ringraziarti per avermelo insegnato, mai. Mai smetterò di cercare quel sorriso in tutti quelli come te, vite che per qualcuno son fatte solo di silenzio e buio, solamente di dolore. Voglio tirare fuori tutte le risate del mondo recluse in corpi a cui non son stati dati gli strumenti giusti per urlare i propri desideri: sei la più straordinaria delle rivoluzioni e mai come ora ho avuto voglia di combattere e lottare, di vincere la libertà di ognuno. In culo allo stato vegetativo, ora e sempre!”.
La storia di Sirio è quella di un bambino che nasce due mesi prima del previsto, e “non c’è notizia che aspettiamo di più, non c’è desiderio più grande di questa follia. Andare a casa prima. Andare a casa che non pesi due chili. Andare a casa ora. Finalmente profumo, finalmente silenzio, carne di madre figlio padre fratello tutta in un letto, finalmente il buio, la luce del sole, gli scrocchi dei baci. Ci aspetta finalmente la vita, metti in moto e corri a casa, corri da Nilo. Siamo la felicità che illuminava il colle più caro di Roma. Sirio, benvenuto alla vita, con noi, bellissimo, sano”.
Ma pochi giorni dopo “si spegne il sole all’improvviso”, titola il capitolo secondo, quando:
“Il volo del drone inizia da Paolo, un uomo felice, che torna a casa dopo aver accompagnato all’asilo Nilo, e immagina di rinfilarsi a letto con me e Sirio, l’ultimo nato, appena arrivato in famiglia. Paolo rimette in tasca il telefono che squilla col mio nome, sereno, appena prima l’esplosione del mio grido, che tutto cambierà. L’urlo di una madre, come una donna palestinese che tiene tra le mani suo figlio trucidato, innocente, senza più respiro. Corpo bianco come tessuto immacolato, labbra aperte e viola. Corpo senza vita, che penso di mettere sul fuoco pur di riportare in vita, che pizzico, che strattono e che poi guardo immobile. ‘Ma che è morto? È morto!’, non faccio in tempo a balbettare quelle parole indicibili che mi viene strappato via da un padre che subito insuffla ossigeno e implora, facendo i gradini delle scale quattro alla volta. Scalza, mi lascio la porta alle spalle e rincorro questa corsa disperata, inseguo quel bocca a bocca che spacca le vene del naso e macchia di sangue. Scalza, salto in macchina e giro le chiavi, per poi scoprire subito che il motore non parte. Uno scambio di sguardi e decidiamo di prendere il motorino, l’unico che forse non ci avrebbe lasciato in quella mattinata di abbandoni. La catena umana che salverà la vita di Sirio inizia in un parcheggio sterrato dove cuori e motori non rispondono ai comandi. Mimmo, l’uomo che senza esitazione ci offre di saltare sulla sua macchina, diventa un tutt’uno col nostro dolore, con la nostra lotta contro il tempo. Qui il drone si ferma sull’ingorgo inaspettato che sembra una condanna a morte. Mostra un padre che combatte, cercando di pompare ossigeno nei polmoni immobili di suo figlio, che prende a calci le fiancate delle macchine per aprirsi un varco. L’autista dell’autobus che dall’altro capisce prima di tutti e suona il clacson con violenza, con occhi sgranati. La vecchietta che urla ‘Dio mio! Dio mio!’ portandosi una mano alla bocca mentre con l’altra si fa il segno della croce. In questa scena io sono una madre di pietra sgretolata, una madre che comprende la morte di suo figlio dagli sguardi che intercetta”.
“Era Sirio, il mio bambino, e non c’era più”.
Ma il piccolo Sirio che muore quel tragico giorno, che sembra uccidere sul colpo anche chi aveva solo una grande voglia di accoglierlo, lascia il posto al nuovo Sirio che saprà compiere la più straordinaria delle rivoluzioni per riconquistare il suo spazio, prima all’interno del suo fantastico nucleo familiare, e quindi nel mondo che gli appartiene, smentendo uno dopo l’altro tutti coloro che da quel mondo gli avevano predestinato l’eterna esclusione.
La svolta è raccontata nel capitolo “Born to run”, perché ogni capitolo prende il titolo di una nota canzone:
“Ti lascio Sirio eh, ora ti lascio la mano e vai da mamma. Capito? Sei Pronto? Sirio annuisce e mi guarda negli occhi. Lo guardo immobile, in piedi, da solo. Nel suo corpo rigido si vede tutta la sua concentrazione, la tensione del suo corpo e del suo desiderio, proiettato verso uno sforzo che è innanzitutto mentale: deve fidarsi del suo corpo sbilenco, di cui nessuno si è fidato mai. Deve farlo lui, anche se ci sono le nostre voci ad urlargli di farlo, a spingerlo ad arrivare al suo obiettivo è lui che deve caricare il peso su una sola gamba, alzare l’altra, mantenere l’equilibrio con il suo tronco che mai avremmo immaginato arrivare a tanto e fare un passo. Forza Sirio, che quelle gambe le alzi sempre se hai qualcuno che ti tiene, Forza Sirio che al parco giochi adori acciuffare le catenelle laterali e saltare gli ostacoli che portano allo scivolo. Fermo, immobile, con Laura che da dietro gli urla di andare, di andare verso mamma e Nilo che lo aspettano appena tre passi più avanti, appena tre passi. Maledetta tetraparesi spastica, il pavimento di questa casa sarà il tuo Vietnam, siamo pronti ad uscire dai cunicoli scavati a mani nude dove pensavamo di abitare per sempre: attacchiamo il più grande esercito del mondo a testa alta. è come se assistessimo ai più grandi e potenti carri armati del mondo che arretrano davanti ad una sassaiola di bambini, davanti alla bellezza, alla forza inarrestabile di chi lotta per la libertà. Oh tetraparesi spastica, ti assaltiamo con fionde e sassi anche se i tuoi carri armati sono i più grandi del mondo, i più potenti, e sembra proprio che stiamo vincendo. L’esercito che ha marciato sul corpo di mio figlio non ha vinto, l’esercito che ha violato il suo corpo e l’ha cambiato per sempre oggi è pietrificato, perché Sirio si stacca. Sirio cammina. Sirio li fa i passi che aspettiamo da cinque anni, i passi che non avremmo mai dovuto vedere. Passo sinistro, passo destro e via che crolla cadendo dritto tra le mie braccia e quelle di Nilo che si lanciano subito sopra di noi. ‘Bravo Sirio, bravo!’. Proviamoci ancora allora, ora mamma ti mette in piedi e vai verso Nilo. Concentrati, e quando sei pronto, vai.”
E’ un momento incredibile, raccontato in modo da farcelo rivivere come se fossimo tutti lì, a tifare per la grande rivoluzione di Sirio insieme a Valentina, Paolo e Nilo.
“Sirio non può dirci a parole costa sta provando: anche mentre compie la più grande delle imprese possibile il suo volto rimane immobile, la sua gioia va letta nelle pieghe minuscole di impercettibili movimenti. Per farci capire la sua gioia dirompete alza la mano e inizia a segnare: uno, due, tenta un tre che le sue dita non riescono a fare e poi soffia dalla tracheo il suo via, fatto di suoni strani e muco, per poi partire. Tre passi e cade di nuovo di faccia nell’abbraccio di suo fratello che urla di gioia ed emozione, e piange senza trattenere l’immenso che scoppia dentro di lui. ‘Sirio cammina mamma, cammina sul serio’. Passi veri, senza mani, senza sostegni, senza aiuti. Tre soli passi prima di carambolare a terra e sono per noi i 100 metri più veloci della storia: l’immagine della potenza, della vittoria su tutto. Passiamo la giornata e tutte le successive di questa fine estate nel nostro continuo ping pong: Sirio che va da me a Nilo, da Nilo a Jenny, da Jenny a papà. Sirio che ogni volta trema un po’ meno, Sirio che ogni volta aggiunge un passetto. Io non l’avrei mai immaginato. Forse sono la peggiore delle madri ma mai, mai avevo immaginato di vederlo camminare: scusami bambino mio, se non ho avuto il coraggio di sognare così in alto come invece fai tu, se non ti ho dato fiducia”.
La successiva e incredibile popolarità social di Sirio, la fondazione Sirio e i Tetrabondi, tutte le conquiste ulteriori sono storia nota, e così in conclusione, “Non c’è abbastanza carta per ringraziarvi tutte e tutti”, scrive Valentina.
Tra i tanti grazie mi piace riportare quello dedicato a Paolo “per avermi insegnato che l’amore è fuoco e rispetto, per avermi permesso di sopravvivere e anche di scrivere questo libro”.
Libro che, oltre che scritto benissimo, riesce nella non facile impresa di trasmettere positività e persino ironia al racconto di una storia iniziata in modo tragico, producendo, al termine della sua lettura, l’effetto che provocano tutte le rivoluzioni riuscite, e in fondo anche quelle fallite, ossia quello di dare agli esseri umani la speranza di poter sovvertire anche il più crudele dei propri destini, o comunque di indurci tutti sempre a “lottare per i diritti, per la felicità, per l’autodeterminazione”.

Il libro si chiude con una fantastica postilla in cui Sirio sfotte bonariamente la madre narrante rivelandone debolezze e nervosismi che ce la fanno apprezzare anche nella sua umanità più privata, lasciandoci un messaggio finale che è un po’ il succo del libro.  
Non esistono bambini speciali, ci insegna Sirio, esistono solo bambini, i quali hanno il diritto di ridere e arrabbiarsi, giocare e andare a scuola, andare al mare e in montagna, di fare insomma tutte quelle cose che significano semplicemente: vivere!

Davide Steccanella

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...