Fëdor Dostoevskij “Delitto e castigo”

Rodiòn Romànovič Raskolnikov, ventunenne ex studente di giurisprudenza che non ha avuto la possibilità di terminare i corsi “a causa delle circostanze”, è un ragazzo nobile d’animo, capace di gesti di inconcepibile generosità ed eroico altruismo, ma nel cui animo “si era già accumulato tanto amaro disprezzo“. Dominato dal disgusto e da un sentimento di angoscia per le brutture del mondo, è diventato “cupo, tetro, altero e superbo”.

In uno stato perennemente febbrile, concepisce e pianifica quella che egli chiama “l’impresa“, ossia l’omicidio a colpi di scure di una sordida usuraia, che si estende anche alla anziana sorella, capitata sul luogo del delitto nel momento sbagliato.

Raskolnikov arraffa a casaccio un po’ di soldi e di gioielli, riesce miracolosamente a scappare senza che nessuno lo veda, andando a nascondere il magro bottino sotto una pietra, dove rimarrà (Razumìchin, suo unico amico, una delle tante bellissime figure che punteggiano il romanzo, commenta mestamente: “Non ha saputo nemmeno rubare, è stato capace soltanto di uccidere“).

La ragione profonda per cui Raskolnikov fa tutto ciò non è spiegata, e costituisce uno dei grandi dibattiti della critica letteraria; di sé comunque dice, fin dalle prime battute del romanzo “io chiacchiero troppo. E proprio perché chiacchiero non concludo niente“, salvo poi tentare verso la fine del romanzo di dare una spiegazione dalla delirante banalità condita da un farneticante superomismo; e forse qui D. vuole ammonire sui devastanti effetti che possono avere l’ideologia e il fanatismo.

Siamo solo all’inizio del romanzo, che segue Raskolnikov nel suo muoversi sul filo del baratro, scherzando col fuoco, vagando come un allucinato sonnambulo per Pietroburgo “per sentirsi ancora più disgustato“, in una alternanza tra la paura di essere scoperto e l’ansia, che in certi momenti si trasforma in desiderio, di essere arrestato; “Purché finisca presto” egli spesso si dice, preso talora dall’inetto desiderio “di farla finita”.

In tale contesto le solite, grandi figure dostoevskijane: la bellissima e nobile sorella di  Raskolnikov, Advòtia Romànovna, che entra a buon diritto nella galleria delle fiammeggianti donne di D., il già citato Razumìchin, il funzionario e ubriacone Marmelàdov, la straziata moglie Katerina Ivanovna, il salvifico agnello sacrificale Sònja, l’enigmatico e sensuale Svidrigàjlov.

Un grandissimo romanzo che, curiosamente, ricordavo soprattutto per certi aspetti, quali il rapporto fra Raskolnikov e il suo inquisitore Porfìri Petròvič, cui invece nella seconda lettura se ne sono sostituiti altri; e forse questa è un’altra caratteristica dei grandi capolavori della letteratura.

“Delitto e castigo” non si discute; debbo però dire che “L’idiota”, anch’esso riletto da poco, complessivamente  mi è piaciuto un po’ di più.

Poronga

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