Monica Galfrè “Il figlio terrorista”

Ho letto con estremo interesse l’ultimo lavoro della docente di storia all’università di Firenze Monica Galfré, della quale avevo già apprezzato il precedente “La guerra è finita”, uscito otto anni fa per i tipi di Laterza.

Va detto per prima cosa che la Galfré scrive molto bene, fatto non così comune ai tanti che in questi anni si sono cimentati nella copiosa produzione su quell’importante periodo storico che attraversò almeno 15 anni di vita del nostro Paese, e in merito al quale è stato scritto tantissimo di sbagliato e molto di “strumentale”, soprattutto nelle pubblicazioni delle case editrici di maggiore diffusione.

Va aggiunto che la Galfré, oltre a scrivere bene, mostra sempre apprezzabile cura nella ricerca delle fonti che cita con dovizia di riferimenti per dare modo al lettore di verificarne l’attendibilità, in questo rispettando la buona regola che dovrebbe sempre distinguere lo storiografo dal mero narratore.

La vicenda presa in esame è quella che vide ai tempi protagonista Marco Donat Cattin, il figlio di Carlo, uno dei massimi dirigenti democristiani dell’epoca, fatto, questo, che rese particolarmente “appetitosa” per i media l’apprendere, a seguito di una doppia delazione (prima del BR Peci e quindi dell’amico e compagno di militanza Sandalo, i quali, non appena arrestati, decisero di raccontare tutto ai magistrati), che in casa di un ex Presidente del Consiglio italiano era cresciuto un dirigente di Prima Linea.

Lo “scandalo”, come ben si racconta nel libro, travolse non solo il prestigioso genitore, ma l’intera nomenclatura del tempo, perché sempre il Sandalo rivelò di avere direttamente saputo dal padre dell’amico, che il Ministro Cossiga in persona lo avrebbe allertato, in un colloquio riservato, che stavano per arrestargli il figlio, consentendogli così di sfuggire alla cattura riparando in Francia.

Fatto, quest’ultimo che puntualmente l’autrice smonta mediante le stesse parole di Marco Donat Cattin il quale raccontò ai magistrati di avere appreso nei giorni successivi e solo dai giornali la notizia dell’arresto di Sandalo mentre si trovava a Roma, e di essere quindi fuggito in Francia con altri compagni, passando il confine da Champorcher in Valle d’Aosta.

Il libro racconta quindi tutto l’iter che vide per la prima e unica volta nella storia italica un Ministro messo in stato d’accusa di fronte al Parlamento, descrivendo i diversi schieramenti politici che immediatamente si crearono tra i soliti falchi e le solite colombe, e che già due anni prima si erano dilaniati durante il sequestro Moro.

“La storia ci racconta come finì la corsa”, cantava Guccini nella “Locomotiva”, e nella specie, solo pochi anni dopo Marco Donat Cattin morirà tragicamente a meno di 35 anni, investito da un’auto mentre stava prestando soccorso a un incidentato sull’autostrada che conduceva alla Comunità cui era stato affidato per espiare la pena dopo il carcere, mentre Cossiga diventerà Presidente della Repubblica italiana.

Ma molto più delle sterili “patomime” di Palazzo, pronto in fretta, come si è detto, a ricompattarsi a “nemico scappato, vinto e battuto” (stavolta la citazione è da “Generale” di De Gregori), interessava la storia personale del giovane torinese che la brava Galfré evita accuratamente di annegare nei classici luoghi comuni del figlio ribelle e privilegiato che gioca a fare il rivoluzionario per noia o per assenza di padri distratti da altro, raccogliendo quanto di più possibile le era dato di fare, sulla di lui formazione antagonista sin dai primi anni di scuola superiore.

A cominciare dall’esperienza al liceo Segrè di Torino e quindi del Galileo Ferraris che furono due dei principali istituti torinesi da cui partirono i primi fuochi di una ribellione generazionale anche violenta che negli anni successivi sfocerà in guerriglia diffusa in tutte le principali città italiane, con numeri e tempi di durata che probabilmente non ha eguali nel resto del pianeta.

La Galfré tenta anche di analizzare le motivazioni di una scelta così estrema da parte di un ragazzo che diventa padre a soli 17 anni con un figlio concepito con una compagna di classe destinata in breve a essere sostituita da altri amori contrastati, e che seguendo l’iter di migliaia di coetanei del tempo, sceglierà la difficile sopravvivenza della clandestinità.

Fino a trasformarsi, in una spirale inarrestabile che segue in parallelo l’innalzarsi sempre più acuto dello scontro sociale che determinerà quelli che dopo il turbolento 1977 vengono comunemente definiti “anni di piombo”, in un omicida premeditato di persone neppure da lui direttamente conosciute, ma prese a simbolo di una guerra in corso, che come tutte le guerre non lascia spazio a emozioni individuali.

L’impresa, lo riconosce la stessa autrice, non riesce appieno, perché di Marco Donat Cattin restano oggi solo i numerosi interrogatori resi mentre si trovava in carcere dopo essere stato arrestato in Francia ed estradato con l’accusa di avere ucciso a Milano il giudice Alessandrini, e per questo motivo, scrive Monica Galfré, risentono inevitabilmente dii esigenze di “strategie difensive”.

Concordo sull’annotazione della Galfré circa l’impossibilità di comprendere da atti processuali, e soprattutto oggi, le motivazioni politiche che spinsero oltre 40 anni fa il giovanissimo Marco ad intraprendere una via senza ritorno come la lotta armata, ed è l’errore che molti fanno, allorquando tentano di rileggere la Storia attraverso le sentenze, ovvio che non basta!

Ma credo che qui l’impossibilità dipenda anche da un altro fattore, e che attiene proprio alla “specialità” della vicenda di Donat Cattin rispetto a quella delle migliaia di militanti che ai tempi aderirono alla lotta armata, e parlo del diverso ceto sociale di provenienza.

Intendiamoci, lungi da me il ricorrere a scemenze quali quelle che tentano ancora oggi di descrivere quelli che chiamano impropriamente “terroristi” come dei disadattati ragazzi borghesi sedotti da cattivi maestri, e non dubito minimamente, anche in base a quello che si legge su questo libro, della assoluta genuinità e consapevolezza ideologica della scelta totale di Marco o del suo impegno a trecentossessanta gradi per coltivare l’utopia di un mondo senza ingiustizie a costo di rinunciare per davvero ai propri privilegi, fatto che nobilita ancor di più quella sua scelta esistenziale estrema, rispetto a chi invece non aveva nulla da perdere, soprattutto se vista con gli occhi di oggi, così disabituati a trovarci disposti a sacrificare qualcosa di nostro per un ideale.

Ma resta il problema di fondo e che attiene alla principale, anche se non l’unica, motivazione che spinse in quegli anni del tutto particolari migliaia di giovani ad armarsi contro lo Stato, ovvero il conflitto sociale, negato con sdegno da chi furbescamente vuole cancellare pro domo sua quella massiccia e ingovernabile ribellione spinta dall’odio di classe, affinché mai più si riproduca.

Attenzione: mai più si riproduca l’odio non già “le classi”, perché quelle sono forse ancora più vive di prima, ahimè!

Nella mia personale ricerca su quegli anni ho potuto verificare direttamente come la grandissima parte dei lottarmatisti del tempo erano operai, proletari o comunque degli esclusi dalla società del finto benessere, e che per questo in quel particolare e irripetibile contesto storico del finale del Novecento che sembrò far loro credere che era per la prima volta possibile rovesciare davvero il privilegio secolare dei pochi sui tanti, abbracciarono una guerriglia armata che dopo il 1977 divenne sempre più diffusa.

E’ rileggendo la storia di quelle migliaia di proletari, quelli che facevano la vita disperata che ben descriveva l’aristocratico ma lungimirante Visconti nella famiglia lucana di “Rocco e i suoi fratelli” del 1960, e che non potevano prima o poi non ribellarsi in maniera radicale, che vanno ricercate a mio parere le motivazioni che spinsero persino ad uccidere, donne e uomini che altrimenti non avrebbero neppure dato uno schiaffo in una lite da cortile.

Non credo che questo sia possibile leggendo gli interrogatori di Marco Donat Cattin, ma forse mi sbaglio, il dibattito è aperto.

In conclusione, e proprio per i motivi che ho appena detto, quello di Monica Galfré non è un ennesimo libro che tenta di spiegare il fenomeno collettivo della lotta armata in Italia, ma la storia politica (e non solo) di un singolo individuo, e forse anche per questo motivo merita ancor più di essere letto.

Davide Steccanella

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