Boris Akunin “The winter Queen”

In un affollato parco di Mosca, durante una bella giornata primaverile del 1876, un invasato studente si spara un colpo di pistola alla tempia dopo aver chiesto  invano un bacio a una avvenente ragazza.

Il giovane neo-detective Erast Fandorin viene incaricato di indagare su questa storia, apparentemente un po’ bislacca, anche perché il giovane e facoltoso suicida ha lasciato un testamento nel quale nomina sua erede universale una nobildonna filantropa, apparentemente abbastanza svitata (in tutto il romanzo l’apparenza ha un notevole ruolo), che gestisce un sistema di scuole per orfani basate sul principio secondo cui ogni persona è dotata di uno straordinario talento, che occorre solo portare alla luce.

Fandorin scopre innanzi tutto che il suicidio è avvenuto su istigazione di una misteriosa maliarda mangia-uomini che ha indotto il suicida e un suo rivale a contendersi il suo amore in una specie di gioco, che Akunin maliziosamente chiama “la roulette americana” (per intenderci, quella portata agli onori da Michael Cimino ne “Il cacciatore”).

Durante le sue indagini, nel corso delle quali Fandorin si imbatte in una serie di sapidi personaggi (su tutti, oltre alla maliarda, un conte russo che sembra uscito sparato da un romanzo di Dostoevskij e un brillante detective che utilizza innovative tecniche investigative), la trama si complica e infittisce sempre di più, con tanto di setta segreta che vuole conquistare il mondo, e al cui servizio è anche un terribile killer dallo sguardo trasparente. Il povero Fandorin è anche sballottato qua e là per l’Europa, e ad un certo punto rischia pure di essere lobotomizzato da un medico pazzo (e qui A. dimostra anche buone doti parodistiche).

La ricca trama è anche ingentilita da una love story. Finale drammatico che lascia intendere un sequel, poi regolarmente verificatosi in modo prolifico.

Il romanzo è indubbiamente originale e divertente, anche se alcuni importanti personaggi a un certo punto spariscono e non se ne sa più nulla. Fandorin si ritaglia senz’altro un suo spazio fra gli eroi letterari del genere: coraggioso, rapido, acuto ma per nulla supponente, e alla fin fine simpatico.

Altro motivo di curiosità è che l’autore, che scrive sotto pseudonimo, è di origine georgiana.

Poronga

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