Booth Tarkington “The Magnificent Ambersons”

I Buddenbrock alla americana. Gli Amberson sono una ricchissima famiglia che domina la città in cui vive, al punto che vi sono viali, piazze, edifici che portano il loro nome. Il rampollo che dovrebbe prendere le redini della famiglia è il diciottenne George Amberson Minafer, un personaggio dispotico, arrogante e insolente; un pallone gonfiato che ritiene inadeguato al suo stato svolgere un qualsiasi lavoro e che, nella sua supponenza, non capisce nulla dei rivolgimenti che si stanno verificando (siamo a cavallo del cambio di secolo), e in particolare dell’epoca di tumultuosa industrializzazione che il Paese sta iniziando.

Il cambiamento è simboleggiato da Eugene Morgan, un amico di famiglia non certo facoltoso ma ricco di acume e intraprendenza, che si impegna in una attività quasi artigianale di progettazione e costruzione delle prime autovetture che lo renderà un magnate, alla faccia dell’altezzosa sufficienza di George, legato al calesse a cavalli, e che ritiene che guidare una automobile non sia confacente allo status di gentiluomo.

La descrizione della industrializzazione americana è forse la parte migliore del romanzo, che spiega efficacemente l’enorme forza sprigionata dal melting pot di popoli ivi immigrati, che costituisce il vero motore del cambiamento, simboleggiato dal fumo e dalla sporcizia che tutto ricoprono prodotti dalle grandi fabbriche che stanno sorgendo.

Significative sono anche due figure femminili: la angelica Isabel Amberson, vittima di una adorazione del figlio George che sfiora l’idiozia, e la dolce ma ferrea Lucy, vero prototipo della intrepida eroina americana, capace di accettare e sopportare senza batter ciglio i colpi del destino, salvo poi svenire quando nessuno la può vedere, rimettendosi però subito in piedi. Entrambe queste donne saranno vittime della ottusa e dispotica rigidità di George.

La fortuna degli Amberson si sgretola rapidamente fino ad arrivare alla rovina; ed in tale contesto George dimostra l’unica qualità positiva che gli viene attribuita, ossia lo stoicismo con il quale tutto sopporta nel tentativo di salvaguardare l’unica cosa che gli è rimasta, ossia la sua dignità.

Finale abbastanza stravagante con tanto di veggenti e messaggi soprannaturali, che però tutto sommato non mi ha disturbato affatto, così come il lieto fine, degno di un film di Frank Capra.

Premio Pulitzer 1918 (uno dei due ricevuti da Tarkington) da cui Orson Welles ha tratto  nel 1942 un film che sarei curioso di vedere. Stranamente non risulta attualmente in commercio alcuna traduzione in italiano di questo romanzo, per quanto esso sia  molto più interessante della media dei libri in circolazione.

Buon Anno.

Poronga

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