Walter Zenga “Ero l’uomo ragno”

Walter Zenga è stato uno dei più grandi portieri italiani, ha giocato dieci stagioni nell’Inter vincendo uno scudetto e due Coppe Uefa, ed è stato il titolare fisso nella bella e sfortunata Nazionale di Vicini eliminata in semifinale agli europei in Germania del 1988 e ai mondiali casalinghi del 1990.

Intrapresa la carriera di allenatore, ha girato il mondo dagli USA agli Emirati arabi, vincendo titoli in Romania e nell’ex Jugoslavia, mentre minor fortuna gli ha arriso nel bel paese.

Nell’autobiografia pubblicata da Cairo editore, dal titolo “Ero l’uomo ragno”, soprannome che si attribuì in certo senso da solo, sulla scorta del successo della nota canzone degli 883, Zenga ci racconta la storia del ragazzo di Viale Ungheria cui il padre Alfonso, tifoso juventino, regalò un giorno un pallone da calcio segnando per sempre il suo destino.

Convinto dall’amico Claudio Ambu, futuro attaccante interista di minor gloria, a intraprendere ancora giovanissimo la carriera di calciatore nella squadretta del quartiere, diventerà per alcuni anni l’idolo della curva Nord e il miglior portiere italiano, fino a quando il Presidente Pellegrini non deciderà di assecondare le richieste del nuovo allenatore Ottavio Bianchi, cedendolo, dopo dieci stagioni, alla Sampdoria in cambio di Pagliuca.

Ai trionfi e alle delusioni calcistiche di “WalterZenga” – tutto attaccato, così ama scrivere lui – si affiancano le tante vicissitudini private di Walter Zenga – staccato – un uomo dalla vita sentimentale alquanto inquieta con almeno quattro relazioni lunghe e importanti e ben cinque figli.

Errori e rimpianti – commovente l’addio in Ospedale al padre morente al quale, dopo anni di rapporti complicati, tiene la mano negli ultimi istanti di vita – si mescolano a soddisfazioni e ricordi appassionati di momenti belli e meno belli, per sessant’anni di una vita a dir poco intensa e sempre sulla breccia mediatica.

Le parti più belle del libro sono quelle in cui descrive lo stato d’animo al momento di fare ingresso sul prato verde in uno stadio gremito, da parte dell’ex bambino di viale Ungheria, riuscito nell’impresa di diventare protagonista e eroe di quel santuario dove si recava tutte le domeniche da piccolo tifoso.

Simpatico non sempre, ma sincero fino al midollo, va riconosciuto a Zenga che per un’autobiografia di un campione sportivo che quasi sempre si riduce ad agiografia celebrativa, questo fatto non è merito di poco conto e bello l’omaggio al fratello, che nel libro risulta essere stata l’unica persona ad averlo accettato sempre nei suoi pregi e nei suoi difetti.

Davide Steccanella

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