Bill Bryson “Una passeggiata nei boschi”

L’Appalachian Trail è un leggendario sentiero lungo oltre 3100 km (a quanto pare nessuno ne conosce con esattezza la lunghezza) aperto fra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, e che congiunge la Georgia al Maine passando per un’altra decina di Stati.

Il libro, edito nel 1997, è il resoconto del viaggio intrapreso da Bryson con il suo amico Katz.

I nostri due eroi sono tutt’altro che dei Rambo, avendo anzi una certa propensione per hamburger, merendine, bibite gassate ecc. Tuttavia si sottopongono di buon grado a questo interminabile viaggio di cui accettano, lamentandosi solo un po’, le innumerevoli scomodità, a partire dal fatto di dover camminare tutto il giorno sotto il peso dei mastodontici zaini che devono contenere tutto quello che serve per vivere e sopravvivere: tenda, sacco a pelo, cerata, pentolame, cibo, almeno qualche mutanda e calza di ricambio, ecc. . Oltre a questo il rischio di perdersi, di incontrare qualche orso, il caldo, il freddo, l’umido, gli insetti che ti tormentano, e le incognite di doversela comunque cavare da soli perché gli incontri sul sentiero possono essere anche molto rari. In certi tratti “se qualcosa va storto c’è poco da fare. Si può morire per una vescica infetta, da quelle parti“.

Chi te la fa fare? Ovviamente le splendide cose che puoi vedere, ma non solo e forse non tanto questo:

“Le distanze cambiano drammaticamente, quando si percorre il mondo a piedi. Un chilometro diventa un bel pezzetto di strada, tre chilometri sono una distanza decisamente ragguardevole, venti è roba da stramazzare, ottanta sono pressoché inconcepibili.

Il mondo, ci si rende conto, è enorme in un modo che solo una ristretta comunità di pellegrini può comprendere. La scala planetaria diventa così il vostro piccolo segreto.

D’altra parte la vita assume una drastica semplicità. Il tempo perde il suo consueto significato. Quando è buio si va a dormire, quando fa giorno ci si alza, e tutto ciò che sta in mezzo sta semplicemente nel mezzo. In realtà una cosa fantastica.

Si cessa di avere impegni, doveri, obblighi, ambizioni particolari, per lasciare posto solo ai desideri più semplici e meno complicati; si vive insomma in una specie di ozio tranquillo, serenamente al sicuro dalle situazioni esasperanti, ben lontani dalla prima linea. Basta la volontà di continuare a camminare.

Non c’è costrutto nel correre, dal momento che non c’è nessuna destinazione. Per quanto lontano o a lungo si vada, si è sempre nello stesso luogo: nella foresta. Lo stesso luogo di ieri e di domani. La foresta è un’unica entità sconfinata. Ogni curva del sentiero offre una prospettiva indistinguibile dalla precedente, ogni occhiata all’ambiente circostante si posa sul medesimo fitto intrico di rami. Per quel che è dato sapere, la strada potrebbe anche descrivere un enorme, insensato cerchio. E, in certo senso, non avrebbe nessuna importanza…

Camminare per ore e per chilometri diventa una sorta di automatismo ovvio come il respiro. Alla fine della giornata non si pensa più “Ehi oggi ho fatto ventotto chilometri”, proprio come non si pensa “Ehi, oggi ho respirato ottomila volte”. Lo si fa e basta”.
Come spiegazione non mi sembra niente male.

Ciò, detto, Bryson non ha alcuna remora nel raccontare l’esultanza di potersi abboffare, non appena possibile “di qualsiasi cosa contenesse grassi e colesterolo in grande quantità”, o di poter dormire in qualcosa che assomigliasse anche vagamente a un letto.

Il libro è certamente un bel libro, in primo luogo perché vi è una buona dose di intelligenza, ma anche per l’atteggiamento pacato e attento di chi, pur non mettendola affatto giù dura, narra una vera avventura, con il suo corredo di scempi che l’uomo sta mettendo in atto, raccontato però senza alcun fanatismo o esagerazione. Non mancano humor e autoironia.

A un certo punto, quasi di colpo, i due amici ne hanno abbastanza: uno dice all’altro “Vuoi tornare a casa? Si. Anch’io. Fu così che decidemmo di lasciare quel sentiero senza fine e piantarla di far finta di essere dei montanari perché non lo eravamo”.

E così, temo, si concluse l’avventura mia e di Katz: con una confezione di sei lattine di chinotto scolate nella città di Milo, nel Maine”. “Avevo percorso in tutto 1.400 chilometri, decisamente meno della metà e non molto più di un terzo della distanza totale“.

Ma certamente ne è valsa la pena, e a me che non sono certo un camminatore, non spiacerebbe proprio farmi una bella passeggiata con un tipo simpatico ed intelligente come Bryson; magari solo un po’ più corta…

Poronga

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