Mo Yan “L’uomo che allevava i gatti”

Si tratta di alcuni racconti di varia lunghezza nei quali Mo Yan, premio Nobel 2012, mi pare comunichi innanzitutto un senso generale di dolore e tristezza (“Tutti noi ci pieghiamo sotto il peso della sofferenza“).

Fortissima è la presenza di una natura viva e animata, che viene rappresentata con colori, suoni e odori sempre trasfigurati (ad esempio: “Ondate di calore giallo scuro scorrono sul letto asciutto del fiume“), manifestazione del particolarissimo sentire dell’autore, che informa a sé anche le esperienze e sensazioni percepite, in una sorta di costante ipersensibilità (“Le grida di mia moglie sono fredde e viscose, portano un umido odore di muffa“; “La seta cremisi che avvolgeva il neonato avvampava come una palla di fuoco, bruciandomi gli occhi, e il cuore, dove si formò un sottile strato di ghiaccio”; “La mia testa ha sbattuto sulla paglia e la pula brucianti, profumate e morbide, sulle barbe di grano e i chicchi, maturi, appuntiti, affilati”).

Ricorre frequentemente anche il tema dei numerosi aborti onde non dover sottostare alle multe comminate dalla Repubblica Cinese per tamponare l’immane sviluppo demografico, e per i quali l’autore non si dà pace.

Almeno nel mio caso si è trattato di una lettura non troppo coinvolgente, ed anzi spesso percepita con un senso di lontananza.  

Poronga

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