Colson Whitehead “I ragazzi della Nickel”

Il terreno adiacente al riformatorio Nickel Academy comincia a restituire ossa umane. Vengono effettuati scavi ed accertamenti e si verifica che quelle ossa appartengono a dei ragazzi neri con i quali i “metodi correttivi” utilizzati nel riformatorio sono stati spinti all’estremo.

Parte di qui questo bel romanzo, per il quale Whitehad ha ottenuto il secondo  premio Pulitzer nel giro di 3 anni, entrando in una ristrettissima élite, se non sbaglio comprendente solo Tarkington, Faulkner e Updike.

Siamo negli anni ‘60, il che per i neri americani vuole innanzitutto dire Martin Luther King e i suoi discorsi di liberazione e amore, che sono una discreta ma costante presenza in tutto il romanzo, fonte di ispirazione e speranza per il protagonista, Elwood Curtis.

Elwood è un ragazzo intelligente, serio, studioso e molto tenace che vive con la nonna, intento a coltivare il sogno di laurearsi ed emanciparsi. Questo sogno sarebbe con ogni probabilità coronato da successo se a Elwood non capitasse di accettare un passaggio su un’auto rubata e subito intercettata dalla polizia, venendo in quattro e quattr’otto considerato corresponsabile del furto, e quindi internato alla Nickel.

W. approfitta di questa storia innanzitutto per ricordare come allora stavano le cose, quando un nero poteva morire in prigione “dopo che una signora bianca lo aveva accusato di non averle ceduto il passo sul marciapiede (contatto arrogante)”; per cui i ragazzi neri “erano stati addestrati a parlare con un bianco solo dopo essere stati interpellati. Lo avevano imparato fin da piccoli, a scuola, nelle strade delle loro città polverose“.

Questa è la realtà  che Elwood deve affrontare nello sforzo di non diventare “uno di quei neri di cui parlava il Dottor King così arrendevoli e sonnolenti dopo anni di oppressione che si erano adattati alla loro condizione e avevano imparato a dormirci dentro come nel proprio letto“.

Elwood ce la mette tutta, ma la realtà del riformatorio è troppo dura da affrontare e vincere, anche per uno come lui. “Era una follia scappare, ed era una follia non scappare“. Cerca comunque di dare il suo contributo a quel “meccanismo di giustizia messo in moto da una donna che si era seduta sull’autobus dove le avevano detto di non sedersi, da un uomo che aveva ordinato un panino al prosciutto in una tavola calda proibita. O da una lettera di denuncia“.

Di più credo di non dover dire per non rovinare il piacere della lettura, che ha un epilogo imprevedibile e amaro, ma non del tutto, e che conferma quello che forse è il messaggio principale del libro: “L‘odio non può scacciare l’odio, solo l’amore può farlo“.

Le teste d’asino sono “solo” tre e mezzo per un libro serio e di sicuro valore, nel quale però non ho trovato, così come mi è successo per “La ferrovia sotterranea“, pagine memorabili.

Poronga

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