Richard Powers “Il sussurro del mondo”

Ne ho letto metà, poi sono passato ad altro, poi ne ho letto un altro po’. Non si può dire quindi che non ci abbia provato.

Il libro è un estremo e disperato allarme sull’enorme e irripetibile patrimonio boschivo e forestale, frutto di millenni, che la insensata cupidigia dell’uomo sta rapidamente distruggendo. Ed è anche un atto d’amore verso la natura. È inoltre un libro molto pensato, preceduto da un ammirevole sforzo informativo e di ricerca, fortemente “militante”. Però tutto questo non basta a fare un buon libro.

Si parte da storie individuali, che potrebbero anche essere dei racconti separati, di persone (una biologa, una naturalista, un avvocato, un reduce di guerra ecc.) molto diverse fra loro ma che in qualche modo si ritrovano collegate da un fronte comune, ossia la strenua difesa non violenta di quel poco che resta, fatta anche opponendo i propri corpi al taglio di piante millenarie.

L’idea non è affatto male e lo scopo è certamente nobile, ma ho ugualmente trovato questo libro pesante, troppo costruito e artificioso, e soprattutto difettante di talento narrativo, dove anche i ripetuti sforzi quasi elegiaci di descrizione della natura e del magico modo col il quale gli alberi comunicano e si difendono da malattie, parassiti ecc., non mi sono mai parsi coronati da pieno successo.

Pulitzer 2019, a me è sembrato un classico caso nel quale ciò che viene  premiato non è tanto il libro quanto il tema scelto.

Poronga

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