Hannah Arendt “La banalità del male”

Adolf Eichmann, il massimo responsabile dei rastrellamenti e della deportazione di ebrei, zingari e quant’altre “razze inferiori” o “categorie menomate” per le quali il Reich decise la “soluzione finale”, al termine della guerra fuggì in Argentina. Nel 1960 il Mossad lo rapì e lo portò a Gerusalemme, dove Eichmann venne processato da un tribunale israeliano, condannato e impiccato.

La Arendt seguì il processo come inviata del New Yorker, e scrisse poi questo libro che non ne è solo la cronaca minuziosa, ma una grande e lucida riflessione sull’accaduto e sulle sue cause, oltre che preziosa rappresentazione di una follia tanto banale quanto paurosamente cupa e distruttiva.

Spesso mi sono chiesto, credo come tutti, come sia stato possibile che una civiltà come quella tedesca, la terra di Kant, Goethe, Beethoven e chi ne ha più ne metta, si possa essere messa al servizio di un tale pazzo e di un tale orrore.

Arendt prova a dare delle risposte, e in questo credo risieda uno dei principali meriti di questo libro dal perdurante e notevole interesse, al di là di una serie minuziosa di particolari, che se penso fosse necessario dare quando la ferita era ancora fresca e aperta, oggi non sono forse più così indispensabili.

“Comunque si voglia giudicare questi fatti, non c’è dubbio che il processo Eichmann ha avuto le  ripercussioni più importanti in Germania. L’atteggiamento dei tedeschi per il loro passato, che per oltre quindici anni è stato un rebus per tutti gli esperti di cose tedesche, è venuto in luce con una chiarezza che non poteva essere maggiore: i tedeschi non si preoccupano molto di prendere posizione in un senso o nell’altro, e non trovano granché da ridire sulla presenza di tanti criminali nel loro paese, dato che nessuno di essi probabilmente commetterebbe un delitto di propria spontanea volontà; ma se l’opinione pubblica mondiale, o meglio quella che i tedeschi, con termine che abbraccia tutti i paesi stranieri del mondo, chiamano das Ausland, si ostina a chiedere che questa gente sia punita, non hanno nulla in contrario, almeno fino a un certo punto” (devo però dire che quando sono stato a Berlino, visitando posti da brivido come il Memoriale dell’ Olocausto, ho avuto l’impressione, che naturalmente vale quello che vale, che i tedeschi in qualche modo i conti con questo orribile passato li abbiamo fatti in modo asciutto e serio, e senza tante storie).

Ma allora, perché?

“Quella società tedesca di 80 milioni di persone si era protetta dalla realtà e dai fatti esattamente con gli stessi mezzi e con gli stessi trucchi, con le stesse menzogne e con la stessa stupidità che ora si erano radicate nella mentalità di Eichmann. Queste menzogne cambiavano ogni anno… ma l’abitudine di ingannare sè stessi era diventata così comune, quasi un presupposto morale per sopravvivere, che ancora oggi, a vent’anni dal crollo del regime nazista, oggi che ormai il contenuto specifico di quelle menzogne è stato dimenticato, ogni tanto si è portati a credere che il mendacio sia divenuto parte integrante del carattere tedesco. Durante la guerra la menzogna più efficace per incitare e unire tutta la nazione tedesca fu lo slogan della ‘lotta fatale’ (der Schicksalskampf des deutschen Volkes). Coniato che fosse da Hitler o da Goebbels quello slogan serviva a convincere la gente che, innanzitutto, la guerra non era guerra; in secondo luogo, che la guerra era venuta dal destino e non dalla Germania; in terzo luogo che per i tedeschi era una questione di vita o di morte: o annientare i nemici o essere annientati”.

“La stragrande maggioranza del popolo tedesco credeva in Hitler e continuò a credergli anche dopo l’aggressione alla Russia e la temuta guerra su due fronti, anche dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, dopo la defezione dell’Italia e dopo gli sbarchi alleati in Francia“.

“Ciò che più colpiva le menti di quegli uomini che si erano trasformati in assassini, era semplicemente l’idea di essere elementi di un processo grandioso, unico nella storia del mondo (‘ un compito grande, che si presenta una volta ogni duemila anni’) e perciò gravoso. Questo era molto importante, perché essi non erano sadici assassini per natura; anzi, i nazisti si sforzarono sempre, sistematicamente, di mettere in disparte tutti coloro che provavano un godimento fisico nell’uccidere“.

Il libro ha anche il pregio della ricostruzione storica, per esempio nel ricordare che il progetto iniziale del nazismo, che Arendt  definisce addirittura come “filosionista” era quello di favorire la costruzione di uno Stato ebraico in una ben definita zona geografica, identificata nel Madagascar. Solo una volta resosi conto della impossibilità pratica di tale progettoil Raich adottò la “soluzione finale”; un compito immane, trattandosi di rastrellare ed eliminare 6 milioni di ebrei sparsi nel mondo, e che non avrebbe potuto neppure essere iniziato senza la collaborazione degli ebrei stessi.

L’ebrea tedesca Hannah Arendt non ha alcuna remora a riguardo: “Gli ebrei si facevano registrare, riempivano innumerevoli moduli, rispondevano a pagine e pagine di questionari riguardanti i loro beni, in modo da agevolarne il sequestro; poi si radunavano nei centri di raccolta e salivano sui treni. I pochi che tentavano di nascondersi o di scappare venivano ricercati da uno speciale corpo di polizia ebraico. A quanto constava ad Eichmann, nessuno protestava, nessuno si rifiutava di collaborare“.

È fuor di dubbio che senza la collaborazione delle vittime ben difficilmente poche migliaia di persone, che per giunta lavoravano quasi tutte a tavolino, avrebbero potuto liquidare molte centinaia di migliaia di altri esseri umani”. “I membri dei Consigli ebraici erano di regola i capi riconosciuti delle varie comunità ebraiche, uomini a cui i nazisti concedevano poteri enormi finché, un giorno, deportarono anche loro”.

“Ad Amsterdam come a Varsavia, a Berlino come a Budapest, i funzionari ebrei erano incaricati di compilare le liste delle persone da deportare e dei loro beni, di sottrarre ai deportati il denaro per pagare le spese della deportazione e dello sterminio, di tenere aggiornato l’elenco degli alloggi rimasti vuoti, di fornire forze di polizia per aiutare a catturare gli ebrei e a caricarli sui treni, e infine, ultimo gesto, di consegnare in buon ordine l’inventario dei beni della comunità per la confisca finale. Quei funzionari distribuivano i distintivi con la stella gialla“.

Dopo di che Hanna Arendt ha ancora meno remore nel dire che uno dei gerarchi nazisti, come del resto tutti gli altri, fu “meritatamente impiccato nel 1946“, aggiungendo, citando Grozio, “che le pene sono necessarie per difendere l’onore o il prestigio di chi ha subito un torto, in modo che la mancanza di una punizione non determini la sua degradazione”, e sottolineando, in altra parte del libro “quanto certi concetti giuridici siano inadeguati quando si tratta di delitti come quelli che furono al centro dei processi contro i criminali nazisti”.

Spiega poi che “coloro che erano sopravvissuti nei ghetti e nei campi, che erano usciti vivi dall’incubo dell’abbandono più disperato e assoluto (tutto il mondo è una giungla e loro erano la preda), non avevano che un solo desiderio: andare in un posto dove non avrebbero mai più visto un non ebreo”. E parlando della uccisione da parte di Shalom Schwartzbard di Symon Petljura, uno dei più sanguinari persecutori degli ebrei, aderisce senza remore al giudizio secondo cui questo era il gesto simbolico di un popolo che “aveva finalmente deciso di difendersi, di abbandonare l’abdicazione morale e di vincere la rassegnazione di fronte ai soprusi“.

C’è ancora molto da riflettere e da capire su eventi che hanno devastato, segnato e indelebilmente complicato la storia dei popoli, ed i cui effetti ben si avvertono ancora ora. Richiamare ciò credo sia il valore più grande di questo libro, profondo e soprattutto coraggioso, che non è affatto detto abbia ragione su tutto, ma che ha l’indiscutibile e grandissimo merito di avvertirci ancora oggi che quello che è stato, soprattutto se se ne perde la memoria e il significato, può succedere ancora.

Poronga

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