Tove Jansson” Fair play “

IL Pubblico Ministero

Questo libro non vale un fico secco. Non è nemmeno un brutto libro. Semplicemente, non è un libro. Tanto per cominciare, non si capisce neanche se è un romanzo o una serie di racconti legati solo da alcuni personaggi comuni. A parte i due diciamo così principali – sui quali tornerò e avrò molto da dire! – gli altri personaggi appaiono e scompaiono come fantasmi, di loro non si sa nulla, ci fanno rimpiangere la servetta che entra in scena solo per annunciare che la cena è servita. Nessun approfondimento, non sappiamo che lavoro fanno e neppure il loro aspetto fisico. Di nessuno, ripeto nessuno, la signora Jansson si sforza di darci almeno qualche ragguaglio sul vestiario. Perché questo sforzo dovrebbe farlo il lettore, che in fondo paga fior di quattrini?  Dovremmo capire tutto di loro solo dai gesti e dalle poche battute che l’autrice mette loro in bocca? Francamente, mi sembra pretendere un po’ troppo dal povero lettore. E soprattutto, in questo non-libro non succede niente. Il lettore ha diritto di trovare una storia, un inizio, una fine, dei colpi di scena; qui non trova nulla di tutto ciò.

E passiamo alle due interpreti principali. Anche di loro veniamo a sapere ben poco. Sarebbero due artiste – artiste, poi! diciamo piuttosto sedicenti intellettuali, con tutto lo snobismo correlato – in non si capisce neanche bene quali arti, e infatti nulla vediamo delle loro supposte creazioni artistiche. Ci viene detto che hanno, a Helsinki, qualcosa che viene pomposamente descritto come un ” atelier ” ed è piuttosto una soffitta che separa i due appartamenti dove vivono. Altre volte vanno e vengono da un’isola desolata. Anche di queste due figure femminili apprendiamo solo qualcosa sul loro carattere spigoloso – diciamolo francamente, sono proprio antipatiche! -, non possiamo sapere se sono alte o basse, magre o grasse, belle o brutte. Intuiamo, ma solo intuiamo, un loro rapporto affettivo, ma nulla sappiamo di una loro relazione erotica, solo accenni e mezze parole. Non trovo corretto solleticare la curiosità – ammettiamolo, anche un po’ morbosa – del lettore, senza poi soddisfarla. Il lettore ha il diritto di sapere! Altra situazione non spiegata: senza motivo apparente, le due suffragette vengono improvvisamente catapultate in Arizona, dove appaiono diafanicamente altri personaggi improbabili. A onor del vero, e a parziale correzione di quanto detto sopra, questi sono gli unici dei quali almeno sappiamo qualcosa sul loro lavoro, l’autrice sarà stata contagiata dal pragmatismo americano! Ma comunque non si capisce che motivo abbiano le nostre due di andarsene in giro per il mondo. per di più in un posto molto lontano dalla Finlandia; dove peraltro, poche pagine dopo e sempre senza alcuna spiegazione, fanno ritorno.

In conclusione, perché davvero non merita spendere altre parole, la signora Tove Jansson dimostra delle enormi carenze letterarie. Ha una scrittura dilettantesca, quasi sincopata. Si capisce benissimo che non si è mai data la pena di frequentare uno di quei numerosi corsi, disponibili anche per corrispondenza, di scrittura creativa, che tanto bene hanno fatto alla letteratura contemporanea. E’ grazie a questi corsi che oggi un lettore può comprare un libro sapendo esattamente quello che ci troverà dentro. E questo, se permettete, è civiltà.

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L’avvocato difensore

Il mio collega dell’accusa ha voluto difendere i diritti del lettore, anzitutto il diritto di avere un prodotto di facile fruibilità. Io voglio difendere il diritto dello scrittore – e quindi della letteratura – di essere libero di fare le sue scelte artistiche senza sottostare a schemi precostituiti. Si può fare buona e ottima letteratura con storie avvincenti, personaggi forti, linguaggio spumeggiante; o si può scegliere un registro più intimo, sottile, implicito. Ed è il caso di questo libro, bellissimo e delicato. Dove i personaggi sono accennati con veloci ma sapienti pennellate. Dove si chiede al lettore di non aspettarsi una tavola del tutto apparecchiata, ma di riempire i vuoti lasciati abilmente dall’autrice, e trarre da ciò una soddisfazione che non viene dall’aver voglia di girare velocemente pagina per vedere cosa succede, ma dal soffermarsi a lungo sulla stessa pagina per assaporarla. E il fatto che le figure non siano esposte nude in piena luce, ma si aggirino nella semi-oscurità che è la condizione normale della vita, è un arricchimento, non un impoverimento. E’ un invito a considerare la vita quotidiana da una prospettiva diversa, e un inno alla possibilità di cambiarla se la si esamina a fondo.

Mi concentro sulle due figure principali: certo, si capisce che si amano. Voglio rassicurare il mio collega dell’accusa: sono certamente andate a letto in passato, ma oggi forse ancora o forse no, non è rilevante. Se l’autrice non lo dice non è per dimenticanza o per pudore, ma per una precisa scelta artistica: la cosa oggi non ha importanza, e vuole lasciarla all’immaginazione del lettore. Ci mostra il loro amore in altre cose, in dialoghi molto rispettosi, anche abbozzi di litigi ma sempre misurati; nei ricordi dei rispettivi genitori, nelle domande che si fanno e soprattutto in quelle che per rispetto non fanno, aspettando che sia semmai l’altra a introdurre l’argomento se lo desidera. E l’abilità dell’autrice sta nel far capire l’amore e il rispetto dal semplice gesto di appoggiare una tazza di tè sul tavolo. Forse il mio illustre collega dell’accusa preferirebbe che A dimostrasse il suo amore e il suo rispetto per B dichiarando: ” cara B, come ti amo! “, ” Cara B, quanto ti rispetto!”. Certo, per il lettore è più facile, più esplicito. Ma vogliamo riconoscere che ci sono diversi modi di intendere la letteratura, ognuno legittimo, e poi i lettori fanno le loro scelte?

Faccio un solo esempio: il mio collega lamenta la mancanza totale di descrizione dell’aspetto fisico dei personaggi. Ma gli è sfuggito un particolare: una delle due protagoniste a un certo punto fa notare di avere gli occhi di colore diverso, uno azzurro e l’altro grigio. Se questo è l’unico particolare che ci viene rivelato in tutto il libro, forse non è che tutto il resto è stato dimenticato, ma che si voleva mettere l’accento su questa particolarità così rara, per motivi che possiamo anche interpretare in modi diversi. Ma a un attento lettore non può sfuggire che, proprio perché è l’unico rilievo del genere, non è stato certamente messo lì a caso.

E per ribattere a un’altra accusa, è vero, in un certo senso, che non succede niente. Ma qui chiamo a testimone una scrittrice scozzese di grande talento, Ali Smith, che in una interessante postfazione  richiama un altro capolavoro della Jansson, Il libro dell’estate – recensito sull’Asino dalla signora Nilsson col massimo dei voti. Di quel libro Ali Smith dice che è ” una storia su quasi niente eppure su tutto “. E ribadisce il concetto riguardo a Fair play, dicendo che ” l’altra faccia del fatto che non succeda granché … è che succede tutto “. Che è un altro modo di dire che succede tutto proprio perché non succede quasi nulla. Certo, non nel mondo reale, ma nel mondo della Jansson,dove è piacevole e istruttivo fare qualche incursione.

NdA: le due recensioni qui sopra sono entrambe pienamente legittime. Il lettore può trovare più pertinente l’una o l’altra, a seconda dei suoi gusti. Da parte mia, io do al libro 4 teste d’asino.

Traddles

One thought on “Tove Jansson” Fair play “

  1. Premetto: adoro Tove Jansson. Dopo avere letto il suo più bello, Il libro dell’estate, è salita nella mia classifica personale ai primissimi posti.
    Comprendo l’ambivalenza riguardo a questo libro, ma sono d’accordo con un voto altissimo, per i motivi che il nostro Traddles esplicita con eloquenza.

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