John Banville “L’intoccabile”

A partire dagli anni ‘30 e per tutta la seconda guerra mondiale un gruppo di cinque accademici di Cambridge iniziò a svolgere per motivi puramente ideologici e del tutto gratuitamente un’attività di spionaggio a favore della Unione Sovietica.

Banville mette la sua formidabile penna a disposizione di questa vicenda, che assume ad emblema della difficoltà estrema del vivere, dove la parola “normalità” è pura apparenza ed inganno. Simbolo vivente di tutto ciò è il protagonista assoluto del libro, Victor Maskell, alter-ego romanzato di Anthony Blunt, uno dei cinque.

Victor, accreditato professore di storia dell’arte, e imparentato con la famiglia reale, vive una vita sul filo del rasoio e all’insegna della doppiezza sia nel pubblico che nel privato. Il primo ambito cela addirittura una tripla identità: professore universitario e studioso, membro dei servizi segreti della Gran Bretagna, e super spia della intelligence sovietica. Anche il privato non è da meno: ufficialmente sposato e padre di due bambini, scopre una arrembante passione per il suo sesso (“come diavolo ho fatto a metterci così tanto ad accorgermi di essere omosessuale?” si chiede a un certo punto).

Il romanzo si presta ad essere goduto in due modi diversi. Innanzitutto per le capacità di osservazione, e di scrittura di B. -dai fatti grandi a quelli piccoli o anche piccolissimi-  che non saprei paragonare a quelle di alcuno scrittore vivente. Il libro è zeppo di esempi, e ne cito solo qualcuno:

“Lo squillo del telefono mi ha trasmesso una scossa di terrore. Non mi sono mai abituato a questa macchina, al modo carico di malevolenza con cui se ne sta accucciata, pronta a schiamazzare e a pretendere attenzione quando uno meno se lo aspetta, come un neonato isterico”.

“Riesco ancora a vedere l’oscura forma di mia madre che si allontana e il giallo ventaglio di luce del corridoio che si ripiega sul pavimento della mia stanza mentre lei chiude lentamente la porta e si ritrae in silenzio dalla mia vita. Non avevo ancora cinque anni quando morì. La sua morte non fu per me una causa di sofferenza, a quanto ricordo. Ero abbastanza grande per rendermi conto della perdita, ma troppo piccolo per trovarla appena più che enigmatica“.

“Il senso di colpa è l’unica emozione che conosca a non diminuire nel corso del tempo”.

“Ci sentivamo entrambi imbarazzati e innaturali, come due sacerdoti che si trovano la mattina dopo un incontro casuale in un bordello”.

“Mi sentivo come uno spettatore intrappolato nel mezzo di un lunghissimo secondo atto che sente, fuori, la serena dei pompieri diretta a casa sua”.

“Come sempre la casa mi lasciò sbigottito, per quanto mi era familiare; era ancora tutto lì, e andava avanti come prima, incurante della mia assenza”.

Mi fermo qui, ma la selezione è stata spietata e non sono neppure a metà del libro.

Il secondo aspetto è il racconto della vita di Victor, che non è un uomo felice, e mai lo è stato. Giunto al crepuscolo della sua vita, la racconta con distacco e ironia a partire dalla ideologia cui si è dedicato: “Il fatto è che ero allo stesso tempo marxista e monarchico”, dice di sé, dichiarando al contempo che “fra tutti i nostri modelli ideologici, io ho sempre preferito Bakunin, così impetuoso, malfamato, feroce e irresponsabile in confronto allo stolido Marx dalle mani pelose“, fino a sintetizzare mirabilmente i motivi della militanza sua e di molti altri come lui: “… posso essere onesto: la Russia di Stalin era un posto orrendo. Ma noi ritenevamo che ciò che stava accadendo fosse solo un inizio, capisce. Deve sempre considerare il fattore temporale, se vuole comprendere noi e le nostre posizioni politiche. Potevamo scusare il presente in nome del futuro”; il che non gli impedisce di dire che “Si può amare l’uomo solo come moltitudine, e a buona distanza“.

Il privato: “Quando presi ad andare a caccia di uomini tutto mi era già familiare: l’occhiata segreta e speculativa, il segno clandestino, lo scambio di parole d’ordine, lo sgravarsi ardente e frettoloso -tutto, tutto mi era familiare. Perfino il territorio era lo stesso, i bagni pubblici, i torvi pub suburbani, i vicoli cosparsi di spazzatura e, d’estate, i parchi cittadini, sognanti, innocenti, teneramente verdi, di cui insudiciavo l’aria coi miei mormorii segreti”.

In questo contesto di una vita doppia e clandestina, segnata da costanti ed inconfessabili segreti, anche alcolici, dice: “È difficile vivere una vita sempre inclinata, per così dire, rispetto alla vita che uno crede che potrebbe vivere. Non vedevo l’ora che scoppiasse la guerra”.

Quando muore il padre, così si racconta: “Mi chinai su una roccia e piansi dolcemente, e mi vidi chino e piangente, e subito me ne compiacqui e vergognai”.

In sede di consuntivo dice di sé “sono un uomo con migliaia di facce“. Prigioniero della sua vita insincera arriva a chiedersi “I miei figli sono miei?”, e chiosa “Perché il passato non può passare e basta, perché deve sempre tirarci per la manica come un bambino che ha bisogno di qualcosa?”.

Smascherato e messo alla berlina di fronte a tutta la nazione incontra il suo traditore: “Ho cominciato a rimproverarlo, venendo fuori con una serie di cose tremende -recriminazioni, insulti, minacce – che non facevo in tempo a dire che subito rimpiangevo di aver detto. Ma non riuscivo a fermarmi; usciva fuori un diluvio ribollente e vergognoso, una vita intera di amarezza, gelosia e dolore, a fiotti, come  -chiedo perdono- come vomito”.

Alla fine il malinconico bilancio: “Ho frainteso così tante cose, in modo così deprimente.”.

Bainville, che ho scoperto per caso, è rapidamente diventato il mio candidato numero uno al premio Nobel, e trovo inconcepibile che nelle classifiche dei papabili redatte dai soliti esperti non sia neppure nominato.

Poronga.

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