Gesuino Némus “La teologia del cinghiale”

Attratto dal titolo e dai diversi premi ricevuti mi sono avventurato nella lettura di questo romanzo. L’inizio non è affatto male: ambientato in un piccolo paesino del nuorese “dimenticato anche dai diavoli”, e collocato nel luglio del 1969 (i giorni del primo sbarco sulla Luna), racconta del ritrovamento del cadavere di Bachisio Trudinu, cui segue il giorno stesso l’apparente suicidio per disperazione della moglie, cosa che lascia da solo il piccolo Matteo (bambino dalle misteriose facoltà che gli consentono di suonare sull’organo della chiesa sublimi composizioni che inventa lì per lì, così come di imparare il latino a una velocità vertiginosa), che sparisce da solo sulla circostante montagna.

La parte più sapida e meglio riuscita del libro è la descrizione di questa piccola comunità, con i suoi pittoreschi personaggi, usi, costumi, e che riesce quasi incomprensibile al piemontese maresciallo della minuscola locale stazione dei Carabinieri: “Era arrivato nell’aprile del ‘65, in quattro anni c’ erano stati: 2 sequestri senza rilascio, 50 furti di bestiame, circa 30 risse con ferite da pattadésa, 7 suicidi per impiccagione e, senza tenere conto di quello di Bachisio Trudinu, che era ancora incerto, 3 omicidi senza cadavere. Totale: 62 reati gravi (suicidi compresi). 0 colpevoli trovati (suicidi a parte). Sospettati: 2.873. A parte don Cossu, praticamente tutto il paese di Telévras”:

Peccato che Némus abbia ambizioni superiori alle sue capacità, e vada ad intrecciare la cupa storia che racconta con considerazioni di carattere filosofico ed esistenziale, riguardanti anche i disturbi psichici che affliggono l’altro personaggio principale del romanzo, Gesuino Némus (l’omonimia sembra suggerire riferimenti autobiografici), considerato lo stupido del paese, e legato da fraterna amicizia con Matteo.

Vi sono anche funambolismi linguistici (“generi di sconforto“, “il cardinale per voi è solo un punto“) quasi sempre mal riusciti.

Complessivamente ne viene fuori una cosa pesante, e quasi greve. Forse la cosa migliore è la figura del prete locale.

Normalmente i libri che non mi piacciono li interrompo, mentre questo l’ho finito, pur a volte innestando il turbo lettore, e un motivo ci sarà. Però non mi sentirei di consigliarne la lettura.

Poronga

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