Paolo Nori “Che dispiacere”

Bernardo Barigazzi, scrittore di romanzi, dirige anche un giornale semiclandestino che esce solo il giorno dopo le sconfitte della Juventus, e che è beffardamente intitolato “Che dispiacere“. Sottotitolo: “Vincere non è importante. È l’unica cosa che conta“.  La redazione conta pochissimi giornalisti, tutti sotto falso nome. Oltre a Ivan Piri, pseudonimo del Barigazzi, vi sono Iris Toranti, Ivan Dali, Ivan Geli, Ivan Taggi, Igor Miti, Iris Parmi e Ines Perti.

Poi ci sono altri personaggi, come per esempio Mancino, che ha appena pubblicato il suo primo libro, e che un giorno in libreria si imbatte nelle Moleskine, 200 pagine tutte bianche che vengono vendute a 19 euro, e pensa allora che il suo libro, “più di 200 pagine tutte scritte, che c’aveva messo un anno e mezzo, a scriverlo, costa 16 euro… Ho abbassato il valore della carta di soli 3 euro. Non è male, poteva andar peggio“.

Il libro (sottotitolo: “Un’indagine su Bernardo Barigazzi”) è poco più di un pretesto per scrivere una storia un po’ lunare e divertente, con personaggi un po’ lunari e divertenti, fra cui il gatto Speranza, nel personalissimo e colloquiale stile di Paolo Nori, molto legato alla sua terra, Parma, al punto che sembra davvero di sentire uno di quei posti lì parlare. E qui Nori riesce a coniugare bene due cose difficili, ossia la accuratezza dello scrivere e la naturalezza della scrittura, che sembra improvvisata lì per lì, quindi più parlata che scritta.

Io trovo il periodare di Nori molto piacevole, e lo leggo sempre volentieri.

Poi ci sono considerazioni spassose (per esempio: “Ma il Genoa, che è la più antica squadra di calcio italiana, quando l’hanno fondata, contro chi giocava? Eh?”), o che vorrei aver scritto io. Ad esempio: “aveva dentro la pancia una specie di languore, come quando, da piccolo, cominciava a leggere un libro che sarebbe stato memorabile, come Lo straniero, o L’idiota, o La Certosa di Parma, o Il giovane Holden. Tutta quella meraviglia, davanti“.

Nori riesce a piacermi anche nella parte dei “Ringraziamenti”, spesso stucchevole e autocompiaciuta. E invece lui scrive: “Voglio ringraziare quelle persone che, ogni tanto succede, su un autobus di Bologna, passandomi di fianco mi salutano e, come se si volessero scusare, mi dicono di scrivere ancora, che loro stanno aspettando: grazie“.

Poronga

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