Liliana Segre “Ho scelto la vita”

Confesso che a questo libretto, allegato al “Corriere della Sera”, ho dato un’occhiata distratta, perché pensavo fosse una sorta di omaggio all’autrice e non aggiungesse nulla a quanto già detto e scritto. Invece non è così. Letta la prima pagina, sono passato alla seconda e non mi sono fermato più. Una quarantina di pagine scarse, ma che lasciano il segno, eccome.

È singolare notare come coloro che sono stati deportati nei campi di concentramento usino normalmente un linguaggio semplice e disadorno, credo perché le cose che raccontano arrivano direttamente allo stomaco e al cervello senza necessità di additivi, per il semplice fatto di venire raccontate.

Anche qui c’è tutto: l’incredulità, la paura, lo smarrimento, un penoso e tardivo tentativo di fuga, il famigerato binario 21, il viaggio in condizioni peggio che bestiali, il campo di concentramento, lo stringersi al padre, l’unico effetto rimasto, il vederlo portato verso l’ignoto, ossia la camera a gas da cui non tornerà più.

In tutto ciò Liliana, in un passo che ho trovato veramente toccante, si accusa di essere stata “orribile“, allorché una sua compagna di lavoro si amputò due dita a una tranciatrice, cercando penosamente di nascondere la ferita. “Sentii che la fermavano, che la scrivana prendeva nota del suo numero sul braccio: non serviva più, andava al gas. E io, io che ero appena passata e che tutti i giorni lavoravo con lei, non mi voltai. Non mi voltai a dirle ‘Janine ti voglio bene. Janine fatti coraggio’. Anche solo il nome sarebbe bastato. Io non mi voltai. Non accettavo più distacchi. Così ero diventata”.

Infine: “Qualcuno mi chiede: Ha perdonato? No, non ho questa forza. E non ho dimenticato. Certe cose io non riesco, e non sono riuscita mai, a perdonarle”.

Queste preziose persone vanno ringraziate, soprattutto adesso che la memoria per forza di cose tende a sbiadire, e ci ritroviamo davanti a gruppi di persone, che sempre ci sono state e sempre ci saranno, che agitano svastiche e fasci dicendo cose che ancora alcuni anni fa non c’erano nemmeno le condizioni per poter dire.

Poronga

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