John Banville “Il mare”

banvicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2Com’è che nessuno mi ha mai parlato di questo grande scrittore, che ho scoperto per puro caso?

Max è un critico d’arte talentuoso e inconcludente, che parla solo di Bonnard. Deve avere all’incirca 65 anni quando, duramente colpito dalla morte della sua compagna, si ritira nel luogo che fu teatro di una memorabile vacanza di quando era adolescente.

I tre piani narrativi, quello attuale, quello recente e quello passato vengono sapientemente alternati.

Viene quindi rappresentata la vacanza in cui il giovanissimo Max prova una torrida passione sessuale per la signora Grace, l’opulenta e sensuale moglie delle luciferino Carlo Grace, e madre di due gemelli, la ipnotica  Clohe e il muto “spiritello malvagio” Myles, legati da un misterioso e imperscrutabile rapporto. Quinta protagonista è Rose, la ventenne istitutrice dei gemelli, presenza inizialmente eterea ed evanescente, ma che gradualmente emerge fino al colpo di scena finale. Notevole, ma è solo un esempio, la descrizione del pic-nic familiare dove l’attenzione di Max si sposta repentinamente dalla madre alla figlia.

Tutti questi personaggi, come quelli che popolano le altre due tranches di vita raccontate, sono descritti e resi in modo magistrale, insolito quanto acuto.

Vi è poi il racconto di mezzo, dedicato alla malattia che uccide Anna, la compagna di Max. “Questo non doveva succedere a lei non doveva succedere a noi, non eravamo quel genere di persone. La sfortuna, la malattia, la morte prematura, sono cose che accadono alla brava gente, agli umili, il sale della terra, non ad Anna, non a me”.

E verso la fine, questo dialogo fra Anna e Max: «Cosa significa» le domandai, che «sono costretto ad essere gentile?». Ormai diceva tante stranezze, quasi fosse già in un altro luogo, lontano da me, dove perfino le parole avevano un altro significato. Mosse la testa sul cuscino e mi sorrise. Il suo viso scavato quasi fino all’osso, aveva acquistato una bellezza terrificante. «Non ti è nemmeno più concesso di odiarmi un pochino, ormai» disse, «come facevi una volta», Guardò gli alberi fuori per un po’, quindi si rigirò verso di me e sorrise di nuovo dandomi un buffetto sulla mano. «Non fare quella faccia preoccupata», disse, «Anch’io ti odiavo, un pochino. In fondo eravamo esseri umani». Ormai parlava solo al passato.».

Infine il ritorno nel luogo di tanti ricordi; una sorta di malinconico, solitario e rassegnato crepuscolo, dove però alla fine il passato prepotentemente ritorna.

Il racconto è sorretto da una capacità descrittiva fulminea quanto incisiva (“vive in una roulotte senza ruote sotto gli alberi con quel levriero scheletrico della moglie”) e contiene sovente osservazioni di singolare acutezza (“Alla memoria non piace il movimento, preferisce tenere ferme le cose”), talora un po’ destabilizzanti.

Banville è stato accostato a Nabokov (non so se mi spiego), e anche a me è venuto in mente questo paragone. Non stiamo però parlando di una versione, per così dire, minore, ma di un autore che almeno a giudicare da questo libro, ricco e bellissimo, sta alla pari con il grande Vladimir.

Poronga

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