Emmanuel Carrère “L’avversario”

carreicona-voto-asinoicona-voto-asino2icona-voto-asino2Ho appena finito di leggere L’Avversario di Emmanuel Carrère.

E’ un testo che mi ha molto coinvolto e in qualche modo messo in allarme.

Fortunatamente, il capitolo finale, mi ha rivelato il motivo della mia ansia nel leggerlo.

Durante la lettura di quasi tutto il libro, ho sempre provato una sorta di disagio. Da una parte, inizialmente ho dato la colpa alla scrittura, che non trovavo empatica. Poi ho iniziato a pensare che lo scritto era di difficile collocazione: non è un romanzo, non è un saggio, è qualcosa che somiglia ad una lunga inchiesta giornalistica…e questo mi lasciava perplesso. Insomma, apprezzavo la relazione sul tragico fatto, ma ne ero come respinto. In più non riuscivo a comprendere la posizione dello scrittore verso l’autore degli atti sconvolgenti che venivano descritti.

Ho ammirato invece in modo profondo ed incontestabile Carrère proprio nelle ultime pagine del suo libro. Queste sono indispensabili per capire perché si sia dedicato tanto appassionatamente a descrivere e scavare in un fatto apparentemente appartenente alla cronaca nera.  Carrère lo rivela a questo punto con grande sincerità e questa è la reale chiave del libro. Egli si è identificato con il protagonista.

Ed è proprio qui che anche io, sono riuscito a comprendere il disagio che avevo provato per tutto il libro.

Anche io, come Carrère mi sono identificato nell’autore del tremendo delitto. Ovviamente tra noi e l’assassino (perché di questo si tratta) vi è la profonda differenza, che noi siamo passati attraverso le stesse debolezze, ma che le abbiamo integrate e superate, costruendoci una vita normale, ma è molto interessante verificare che le pulsioni che hanno portato all’efferato delitto, siano in realtà spinte che molti di noi (personalmente, penso quasi tutti…) provano e possiedono nel loro profondo. Insomma: totalmente umane.

Questo retropensiero mi ha accompagnato ed infastidito per tutta la lettura e lo ho spesso confuso con il ribrezzo che provavo per le azioni del protagonista.

Tutto falso: non ero indignato per il giudizio che davo a quelle azioni, è che mi sentivo colpevole che nel mio profondo ci potessero essere stati pensieri di quel tipo.

La vita ci mette davanti a difficoltà che in certi momenti sembrano insuperabili, sentiamo in certi momenti la stanchezza e l’incapacità di affrontare situazioni gravose. E’ in questi momenti che la nostra mente vacilla, che il ricorso al sogno (ovvero alla menzogna) ci sembra l’unica soluzione. Fortunatamente la nostra coscienza, la nostra razionalità ci aiutano ad uscirne.  Ci rimbocchiamo le maniche, come si dice, affrontiamo il problema, suddividendolo in numerosi piccoli problemi minori, che ci sembrano più affrontabili. Con calma e con un peso diventato sopportabile, continuiamo a vivere….nella normalità, che ci è consentita.

E’ soltanto qui che il nostro pensiero si discosta da quello del protagonista: lui non è riuscito a fare questo ultimo passaggio. Che ovviamente è determinante.

E’ questo messaggio finale di Carrère,  quello che mi ha permesso di amare il suo libro. E’ quello che mi ha permesso di condividere una realtà che mi sembrava inconfessabile.  Nella vita quotidiana,  infrangere la verità non è un tabù. E’ sempre una questione di misura. La verità assoluta, ammesso che esista, non è un dogma: ogni giorno siamo costretti a centellinarla sapientemente. Solo i pazzi non lo fanno, o la trascurano del tutto.

A questo punto, si apre l’ altro elemento chiave di tutta questa storia ed è quello del perdono e, per il colpevole, della consapevolezza.

La questione è semplice come formulazione, drammaticamente complessa come analisi, ma fortunatamente questo non ci riguarda da vicino e pertanto non ci genera ansia. Però, è bene, essere consapevoli delle due vie che si possono adottare: ognuno sceglierà la sua oppure non ne sceglierà nessuna. L’importante è che si ponga il problema.

In sostanza ci sono due atteggiamenti riportati dall’autore.

Il primo è quello, la cui fonte viene da collaboratori carcerari volontari di origina cattolica. Ovviamente il loro pensiero è la redenzione e la nascita di una nuova consapevolezza del peccatore, in cui egli sentendosi in uno stato di grazia dovuto al suo pentimento, ritrova una serenità riconciliandosi con sé stesso e con l’amore che lo ha legato ai suoi cari che ha ucciso. Questo risvolto, fortemente connotato da una carica religiosa, ha però anche un risvolto laico nel quadro della riabilitazione dei condannati al carcere lungo. Qualcosa che ha a che fare con un comportamento umano, al di là di quello religioso.

Il secondo, quello di una giornalista di Liberation, è più severo, più intransigente, ma ha una sua stringente logica: l’unico modo di continuare a vivere per il condannato è rifuggire dal facile buonismo che gli è proposto da anime caritatevoli, che in realtà rappresenta l’ennesima fuga.

Lui ha commesso un delitto che non è possibile ignorare. E’ indispensabile che ne diventi consapevole fino in fondo, ne comprenda la imperdonabile mostruosità e ci conviva con un recuperato senso della realtà, anche se questo lo sprofonderà nella depressione. “…una dolorosa lucidità è preferibile ad una pace illusoria.”

Emmanuel Carrère non si sbilancia. Ci fa intendere che non può contraddire quanto afferma la giornalista, ma non si azzarda ad esprime una  posizione definita. Ci lascia con il problema aperto, da rimuginare nelle nostre coscienze.

Inquietante, importante, molto coinvolgente.

Bello da leggere.

Mr. Maturin

One thought on “Emmanuel Carrère “L’avversario”

  1. A me invece questo libro, una sorta di romanzo-verità alla “A sangue freddo” di Capote, non ha detto molto.
    Racconta la storia terribile di un uomo tragicamente prigioniero delle sue menzogne, ma non mi sembra abbia meriti particolari né per come la racconta -un modo che mi è parso non molto più che serio e diligente- né per le ragioni e il senso del raccontarla, che mi sfuggono, trattandosi di una vicenda così lontana e fine a sé stessa.

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