Gian Arturo Ferrari “Ragazzo italiano”

ferrariicona-voto-asino2icona-voto-asino2Nell’Italia anni ‘50 si racconta del piccolo Ninni, vezzeggiativo usato da nonna e madre in luogo dell’ingombrante Pieraugusto. Figlio della piccola borghesia, vive in paesotto lombardo, salvo che nelle lunghe pause estive, dove assieme alla famiglia torna nel luogo di origine sulla collina emiliana.

E’ un bambinetto tristanzuolo, un po’ rachitico, linfatico, balbuziente, che vive nell’abbraccio protettivo e ansioso della madre e della nonna e nella lontananza di un padre cupo e autoritario, che non ama.

Il romanzo è diviso in tre parti che seguono l’evoluzione del protagonista da bambino a ragazzino a ragazzo -in sintesi da Ninni a Piero-, e perde via via di mordente, fino proprio a spegnersi, quasi a scontare il progressivo esaurirsi della vena narrativa dell’autore.

La parte migliore è senz’altro la prima, che racconta il lento emergere del protagonista da una situazione di partenza abbastanza penosa fino a giungere -epilogo-  a una personalità ricca e ben strutturata non solo dal punto di vista intellettuale ma anche da quello fisico, di cui il graduale superamento della balbuzie rappresenta indice e simbolo. In questo contesto la breve comparsa del maestro Poli, che mi è parsa la cosa più notevole del libro.

Apprezzabile anche la resa della cornice in cui si svolge il racconto, ossia la ricostruzione del dopoguerra e il passaggio, almeno al nord, da una realtà sostanzialmente agricola a una industriale, con l’inserimento di piccole chicche dell’epoca quali il gioco del Meccano.

Le altre due parti mi sono sembrate molto meno riuscite, per non dire proprio povere, ed in particolar modo l’ultima, che si chiude precipitosamente con un viaggio premio di Piero e di altri studenti brillanti e meritevoli a visitare i posti classici della Grecia. Qui si ha quasi l’impressione che l’autore, per non lasciare il romanzo incompiuto, l’abbia chiuso in qualche modo.

Gian Arturo Ferrari è stato per molti anni il numero uno della Mondadori, e probabilmente questa lunga e importate frequentazione del mondo letterario gli ha giovato, ma non abbastanza. Il che dimostra che scrivere un buon romanzo è una faccenda maledettamente complicata.

Candidato al Premio Strega. Vedremo.

Poronga

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