David Szalay “Turbolenza”

turboicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoPer caso, ciondolando in libreria, attirato più che altro dall’immagine di copertina di questo piccolo gioiello. Ve lo propongo:

David Szalay nel suo “Turbolenza” sostiene che il volo è in fondo una metafora della precarietà dell’esistenza umana.

In effetti, quando in volo percepiamo una turbolenza, nonostante la nostra conoscenza delle statistiche degli incidenti aerei, una parte di noi non può che provare almeno una lieve sottile preoccupazione.

L’aria non è il nostro elemento e lassù, ci sentiamo non padroni della situazione e in qualche modo possibili vittime del caso, della meteorologia o della erroneità umana. In realtà il pensiero, se vogliamo renderlo cosciente, non è molto diverso da quando saltiamo in moto per attraversare la città andando al lavoro, o se ci sottoponiamo ad un controllo medico approfondito.

In sostanza, ogni qualvolta che ci soffermiamo a pensare, percepiamo la nostra precarietà. Precarietà nella salute, nel lavoro ed anche negli affetti. Tutto nelle nostre vite è precario e normalmente, evitiamo di pensarci (in altro caso trascorreremmo vite piuttosto infelici…). Ma questo pensiero si può fare avanti in talune circostanze, e la turbolenza prolungata in un volo intercontinentale, può risvegliarlo. Intendiamoci: non è la stessa cosa, ma è vero che la metafora è azzeccata.

Un personaggio tra quelli che si scambiano il testimone, passando da un racconto all’altro, osserva che se la dimensione della icona dell’aereo sul display che rappresenta l’oceano che stiamo attraversando fosse veritiera, il nostro aereo sarebbe lungo migliaia di metri. Ma non è così: anche se ci sentiamo rassicurati da mille fattori che ci contornano nella cabina, il nostro aereo è in realtà  un puntino microscopico in mezzo all’oceano, che è molto, ma molto più grande di quello che la cultura contemporanea ci porta a pensare. Se riflettiamo su ciò, non possiamo che avere un attimo di spaesamento, esattamente come se ci fermassimo a pensare alla nostra vita, a quella dei nostri figli, nella complessità del mondo in cui viviamo.

Una serie di racconti dove i personaggi, come dicevo, si passano il testimone da un capitolo all’altro, per rivelarci aspetti della vita sui quali spesso non riflettiamo. Vite spesso intricate e complesse, dove aleggia, o può aleggiare una sorta di inquietudine molto reale. Un inquietudine che talvolta può trasformarsi in dolore o disperazione, o in altre occasioni in  motivo di felicità. Fatti, che, anche se non presenti nella nostra vita, si possono improvvisamente verificare.

Il libro è ben scritto, scorre quasi monotonamente, ma non ci permette di abbandonarlo, perché in realtà ci induce a pensare, anche nell’apparente banalità dei fatti che ci descrive. Ma è proprio nell’ultimo capitolo che, con un colpo di teatro degno di riguardo, l’autore colpisce veramente a fondo nei nostri sentimenti. In queste ultime pagine c’è molto di quello che è insito in un rapporto tra padre e figlia. Un padre che si avvicina più o meno velocemente al termine della vita ed una figlia, che quella vita sta aprendo…che inevitabilmente rimane anche legata a quella vita che si sta esaurendo.

Un padre, una figlia e la vita.

Moltissimo, in poche righe semplici e perfette. Non un minimo accenno di melodrammaticità e retorica. Puro e intenso.

Non sono riuscito ad evitare di commuovermi.

Immagine di copertina, molto significativa.

Mr. Maturin

One thought on “David Szalay “Turbolenza”

  1. Mi è successo esattamente come a Mr. Maturin di essere incuriosito da questo libro solo per averlo visto in libreria, senza saperne assolutamente nulla. Come spesso mi capita, ne ho letto 3 o 4 pagine e mi sono fidato dell’istinto. Non ho molto da aggiungere a quanto detto da Maturin, se non che la struttura richiama quella classica del Girotondo di Schnitzler, con ogni storia – o capitolo, se più che una serie di racconti lo consideriamo, come credo più corretto, un romanzo – che si apre riprendendo la chiusura di quella precedente. La metafora del volo, delle sue paure e in fondo della vita, è trasparente e ben riuscita. Aggiungo anche che la scrittura è interessante, molto asciutta e densa.
    Una domanda a Mr. Maturin: ne parli come di un ‘ piccolo gioiello ‘, ‘ puro e intenso ‘, ne fai giustamente l’elogio, e finisci dicendo che ti sei commosso. Ma allora, non è un po’ avaro il voto di due teste e mezza?

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