Davide Steccanella “Gli sfiorati”

steccaicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoAutobiografia, scuola, lotta armata, lavoro, musica (rock, cantautori e lirica), calcio, fumetti, storia, storia del costume. Come in una pasticceria ricolma di paste voluminose, colorate e allettanti Davide Steccanella non sa scegliere, si rifiuta di scegliere e le sceglie tutte. Una sintetica, vorticosa e vertiginosa rappresentazione di sé, della propria generazione e del proprio tempo. I lettori, coetanei dell’autore, si ritroveranno anche loro inevitabilmente sfiorati da tutto ciò. Ne viene fuori un libro divertente e di piacevole lettura. Tutti gli amici di Davide Steccanella dovrebbero leggerlo. Li rappresenta e li racconta come lui li vede e come lui ha visto se stesso nel passare degli anni. Esercizio spericolato, narcisistico, egocentrico ma anche coraggioso, sincero, generoso… cristiano. Rispecchia perfettamente il suo autore e i suoi coetanei, anche quelli che per antipatia, per invidia o per polemica politico-sociale affermassero di non riconoscersi in ciò che racconta.

La lingua italiana per Steccanella è irrilevante (come lo fu per Giacomo Casanova): si tratta solo di un mezzo comunicativo, di uno strumento per descrivere e raccontare, per fissare sulla carta dialoghi, avvenimenti e persone. Si diano pace perciò maestrine e professoresse, legulei e letterati.

La storia è un filo retto e continuo dove un prima spiega sempre un dopo.

Gli sfiorati sono stati sfiorati da chi ha meno di loro, soprattutto per nascita, e da chi ha scelto una ribellione che è stata prima di tutto sconfitta e poi errore storico dichiarato dai vincitori. Alla ricerca del “punto” l’autore lo trova perfettamente perché a quarant’anni di distanza il punto è ancora quello: l’Italia resta un paese in cui, per la grande maggioranza della popolazione, conta ancora di più la sorte del merito, la nascita delle capacità. Dal suo piccolo angolo di mondo che è poi quello di tutti noi Steccanella vede e racconta le diversità e le ingiustizie della sua e della nostra vita. Due momenti mi hanno personalmente commosso: le polacchine di Gusella di pagina 112 e il racconto del processo e della condanna dell’amico della spiaggia accusato di furto di pagina 138. In questo evento increscioso si nasconde forse la radice della scelta professionale dell’autore: meglio difendere un colpevole che condannare un innocente. A noi cittadini e spettatori resta la saggia lezione di dubitare sempre, anche di una confessione.

Il racconto che è frutto probabilmente di un generoso quotidiano accumulo richiedeva, a mio modesto avviso, un montaggio più coerente e ordinato che avrebbe consentito di ampliare la platea dei lettori. Con giudizio sintetico direi che questa volta l’autore ha evitato la sindrome di Foscolo (pubblicare prima possibile) per cadere nella sindrome di Tommaseo (pubblicare soprattutto per gli amici).

G.S.

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