Jeanette Winterson “Frankissstein”

franicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2Con la scrittrice Jeanette Winterson ho avuto un rapporto difficile ed ambivalente dal suo esordio fino ad ora. Mi rifiutai di leggere “Non ci sono solo le arance” per il troppo parlare che se ne era fatto, però poi mi feci coinvolgere in modo malsano da “Scritto sul corpo” e mi angosciai leggendo quelle che mi sembravano somiglianze strettissime con la storia d’amore tormentata che stavo vivendo.

Nel 2011 mi regalarono “Perché essere felice quando puoi essere normale?” Lo trovai interessante e divertente grazie alla fortunata distanza tra l’esperienza familiare che vi era descritta e la mia. Infine, pochi giorni fa, da una vetrina vedo spiccare “Frankissstein”. Il titolo è un bel gioco e mi incuriosisce anche se – penso – strizzare l’occhiolino a Mary Shelley è diventato di moda da che il 2018 ha visto compiersi il duecentesimo compleanno di Frankenstein.

Iniziando la lettura vengo subito conquistata da una dolente Mary Shelley che ha appena avuto la visione fondativa del suo romanzo: il creatore, forse mostro a sua volta, che insegue l’orrore, forse più umano di molti, sfuggito dal suo laboratorio: la storia che sappiamo. Anzi di più, l’esorcismo letterario è doppio perché conosciamo già anche gli ingredienti necessari alla genesi di Frankenstein: la Svizzera, la pioggia, Byron, Polidori, Percy Shelley.

A questo tema Winterson ne interseca altri – cogenti e urgenti – del nostro presente, la transessualità, l’intelligenza artificiale, le biotecnologie, la robotica: fili tessuti insieme per tentare un approdo nelle lande frastagliate del post-umanesimo.

Il protagonista del romanzo (oltre a Mary Shelley stessa) è un uomo transessuale, un soggetto che ha modificato e costruito il suo corpo per renderlo quasi uguale all’immagine che ha di sé. Quasi, però, perché, anche se si è fatto tagliare il seno e prende ormoni, non si spinge al punto di dotarsi di un membro maschile. Tuttavia, come in quelle immagini dove lo sfondo prende il sopravvento sulla figura, tutto il resto del romanzo è incentrato sul fallo e non solo su quello simbolico.

Il fallo è, infatti, l’unico villain del mondo tratteggiato da Winterson in cui le relazioni degli uomini sono con le sexbot. Sorta di ginoidi, automi sofisticati, dotate della personalità della perfetta casalinga compiacente dentro e fuori dal letto, di tre buchi vibranti e di teste di ricambio. Assolutamente necessarie queste ultime, dato che i maltrattamenti durante il sesso – inestirpabili come batteri in assenza di disinfettante – spesso riducono a pezzi le teste delle sexbot, compagne ideali insomma, con intelligenze artificiali limitate e dunque perfino sposabili.

Il fallo è anche l’unica fissazione di Victor Stein (amante del protagonista e novello Frankenstein), fallo metaforizzato dalle mani troncate dal corpo che si muovono incessantemente nella sua fabbrica dell’orrore futuro, simbolizzato ancora dalle teste mozzate e conservate per estrarne/duplicarne il cervello (sperma?), l’unica essenza di un uomo(!) che merita di aspirare alla vita eterna (l’essenza, non l’uomo.)

L’equivalenza maschio/fallo è stringente in questo testo, tanto più quanto il protagonista transessuale scantona da questa equivalenza proprio per la mancanza del membro: apparentemente un solo dettaglio, ma quello cruciale per realizzare pienamente sé stesso. Per di più è questa sua ‘mancanza’ che lo rende attraente per Victor Stein, di cui è innamorato.

E che dire delle donne in questo mondo e in questa storia?

Con l’unica, singolare e brevissima eccezione di Ada Lovelace, figlia di Byron, che appare come una cometa in un cielo tetro e brilla per pochi istanti confortando chi legge, non esistono. C’è verso la fine una marionetta più che una donna, una comparsa da poco, insegue la voce del maschio che più la convince sul momento e non a caso si lega in due minuti in un rapporto grottesco all’imprenditore geniale che ha lanciato le sexbot sul mercato globale. L’ultima donna, o la prima, Mary Shelley stessa – dispiace dirlo – svanisce anch’essa, annullata dall’amore per il poeta e appiattita sul fallo del marito che le causa l’inesauribile dolore di aborti ripetuti.

E se, solo se, il mostro di Frankenstein simboleggiasse un unico grande fallo, dotato di pulsioni incontrollabili, alla ricerca disperata di qualcosa (non serve sia qualcuno/a) che lo soddisfi, altrimenti (ma anche non altrimenti) capace solo di dolore e distruzione? Miserabile artefatto il fallo-mostro di una Natura/scrittura infilatasi, orba com’è, in un vicolo cieco.

Ancora una volta Winterson mi lascia con sentimenti contrastanti di attrazione/repulsione, divertimento, amarezza, nervosismo, dubbio. Ma avrei dovuto capirlo dal titolo: baciare un mostro non può che essere straniante.

Angelica

 

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