José Saramago “Le intermittenze della morte”

saramicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoIncipit: “Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr’ore, tra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato“.

Non si è un genio letterario per niente.

Saramago illustra da par suo le contraddizioni “di una società divisa fra la speranza di vivere sempre e il timore di non morire mai“. Ciò sia nelle cose più prosaiche, quali la crisi delle agenzie di pompe funebri, i grattacapi delle imprese assicuratrici, il sovraffollamento di ospedali e ospizi ecc.,  per andare su su fino ai grandi temi, a partire dal fatto che “le religioni, tutte le religioni, per quanto le si rigiri, non hanno altra giustificazione di esistere all’infuori della morte, ne hanno bisogno come il pane per i denti“.

Poco dopo, anche per venire incontro alle esigenze delle stremate famiglie di malati terminali, si organizza addirittura un traffico oltre confine: “un metro prima della frontiera erano ancora vivi, un metro dopo erano già morti, dimmi tu quand’è che li abbiamo ammazzati, e come”.

Per fortuna a un certo punto si ricomincia a morire;  la morte ricompare ma, accanto alle tradizionali sembianze, assume anche quelle di una giovane e piacente donna latrice di inquietanti letterine viola, che instaura un singolare rapporto con un violoncellista che peraltro alla morte, intesa come decesso, non come giovane e piacente donna, risulta essere alquanto refrattario. Di più, per non rovinare il piacere della lettura, non posso dire; finale comunque di grandissima classe.

Saramago come al solito scrive da dio e il romanzo è decisamente da leggere, anche se l’ho trovato lievemente appannato da un certo virtuosismo un po’ fine a se stesso; un po’ come per esempio mi parve accadere ne “Il castello dei destini incrociati” di Calvino. Comunque avercene.

Poronga

5 thoughts on “José Saramago “Le intermittenze della morte”

    • Bella domanda, specie perché non tutti i grandi o grandissimi scrittori scrivono da dio, risiedendo piuttosto la loro grandezza prevalentemente in altre qualità, quali la fantasia, il talento narrativo, la capacità introspettiva, un occhio che consente loro di vedere ben oltre quello che noi normali vediamo, la capacità di affrontare i grandi temi dicendo qualcosa di definitivo, eccetera.
      Così per esempio non direi che scrivono da dio autori quali Dostoevskij, Proust, Tolstoj, Hugo, Foster Wallace, forse lo stesso Mann.
      Secondo me, perché ovviamente il gusto personale qui è determinante, hanno capacità di scrittura straordinarie -vado alla rinfusa- Jean Austen, Nabokov, Turgenev, Salinger, il già citato Saramago o, stando alla letteratura italiana, Gadda (che sta proprio su un altro pianeta), Calvino, Alessandro Manzoni (sissignore).
      L’elenco ovviamente non è esaustivo.
      Sarebbe comunque molto interessante se qualche altro asinista ci desse l’elenco degli scrittori che secondo lui scrivono da dio.

  1. Bene, allora facciamoil gioco di Capodanno.

    Seguo le indicazioni di Poronga, quindi il giudizio è solo su un aspetto, lo scrivere da dio. Lasciamo stare i grandi classici, ce ne sono diversi, e se li leggiamo dopo secoli un motivo ci sarà. Però fra quelli che scrivono da dio nonposso non citare almeno Omero – quello dell’Iliade – e Shakespeare – che non scrive da dio, E’ dio, aòtrimenti non si spiega la sua scrittura.

    Fra gli Italiani classici metto Boccaccio e Galileo ( sorpresa! ) e fra i moderni Pirandello, Landolfi e Sciascia ( tre siciliani, non a caso ).

    Fra gli scrittori di lingua inglese non metto Jane Austen, che amo moltissimo ma mi sembra che scriva da scrittrice “ diligente “ ( nel senso migliore), da dio per me scrivono Swift, Dickens, Steinbeck e Chaim Potok.

    Le altre lingue le leggo in traduzione, e se scrivere da dio vuol dire mettere magistralmente una parola dopo l’altra, c’è il fattore traduzione.

    Comunque, fra i Francesi, che non amo molto, Rabelais – francese per sbaglio – e Maupassant.

    Per i Russi, perché non Tolstoj? E Checov piuttosto che Turgenev.

    Fra i tedeschi, d’accordo su Mann, ma anche Thomas Bernhard.

    E per finire, potrebbe sembrare una battuta ma non lo vuole essere, sono scritte da dio alcune parti della Bibbia ( Genesi e Ecclesiaste ) mentre altre sono noiosissime e andrebbero messe all’Indice per incitazione alla violenza, razzismo, omofobia ecc.

    Poi, pensandoci meglio, mi verrebbe in mente qualcun altro. E naturalmente, d’accordissimo su Saramago. 

    • A supporto di quello che dice Poronga su Manzoni, ho trovato questo giudizio di Sciascia ( uno di quelli che per me scrivono da dio, non so per lui) : ” I Promessi Sposi è un grande libro italiano scritto da un uomo che è tutto sommato molto poco italiano, e che scriveva in italiano meravigliosamente bene.”

  2. Sollecitato rispondo.
    A mio avviso, se parliamo di uno che “scrive da dio” stiamo parlando dell’uso della Lingua e non del risultato artistico, dell’opera. Ne consegue che se non leggo nella lingua originale (è il mio caso eccetto un po’ per il francese) non saprò mai come cazzo “scriva” Tolstoj. Posso affermare che la traduzione (vecchiotta) in lingua italiana di Enrichetta Carafa d’Andria è molto bella ma non saprò mai se migliora o peggiora la scrittura di Tolstoj.
    Traggo le conseguenze per la Lingua italiana: su tutti “scrivono” da dio e divengono “esemplari” nello scrivere Manzoni nell’Ottocento e Calvino nel Novecento. C’è chi scrive “meglio” di loro? A mio avviso sì, ma solo sul piano “dell’arte della lingua” e sono ad esempio Pisani Dossi o Leopardi nell’Ottocento, Bianciardi e Landolfi (che non è siciliano ma tosco-laziale) nel Novecento che però non sono “esemplari”. Se i nostri bravi avvocati scrivessero gli atti nella lingua di questi ultimi il mondo legale sarebbe un delirio più di quel che è.
    Una marea di gente scrive assai bene nel Novecento da Cassola a Chiara,
    da Pratolini a Cecchi.
    Ma lo scriver bene non necessariamente conduce a risultati artistici di rilievo. Scrivono maluccio ma producono opere notevoli (per la nostra letteratura) Nievo e Bacchelli, Moravia e Sciascia.
    Scrive malino, da professore mancato, da “liceo classico feci”, Primo Levi, che lascia l’unica opera degna di stare in compagnia dei grandi (stranieri).
    G.S.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...