Sandro Veronesi “Il colibrì”

veroicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoI temi di questo romanzo l’infelicità e il dolore. Infelicità per non riuscire a realizzare, almeno sul piano dei rapporti personali, nulla di buono. Dolore per una serie di sciagure che il fato, sempre in agguato, procura al protagonista.

Eppure Marco Carrera (il Colibrì), non tanto per un colpo di fortuna, ma perché ancora una volta il fato -un fato oscuro e vagamente soprannaturale- vuole così, scampa da giovane a una morte sicura. Ma per il resto è sempre e solo infelicità: nasce in una famiglia infelice, forma una famiglia infelice, ama tutta la  vita di un amore infelice una donna che non avrà mai. Per non dire delle disgrazie che lo colpiscono, all’esito delle quali rimane “in piedi nel cratere fumante”.

Veronesi indubbiamente sa scrivere, eccome, e dimostra una notevole padronanza narrativa, dando vita a un insolito e originale romanzo, anche per struttura (il piano temporale si muove agevolmente avanti e indietro), ricco e denso di avvenimenti e personaggi mai banali (ma, manco a dirlo, tutti più o meno infelici; l’unico che si salva è forse il dott. Carradori che va a fare il volontario presso i diseredati del mondo).

Anche Marco Carrera, un’ottima persona anche se non priva di qualche ombra, è una figura ben riuscita.

Per di più Veronesi ogni tanto mette a segno dei pezzi di autentico e acuto virtuosismo letterario, come il capitolo “Gli sguardi sono corpo”.

Eppure c’è qualcosa di importante in questo libro che non mi ha convinto. Vi sono romanzi bellissimi in cui si naviga in un infelicità assoluta; ma tutta questa sfiga che si abbatte sul povero Marco, con l’unica eccezione di una nipote quasi soprannaturale che Veronesi gli regala verso la fine (ma che -maledizione- si potrà godere solo fino a un certo punto) mi è sembrata un po’ troppo, come dire, programmatica e alla fin fine esagerata e lievemente fastidiosa.

Quindi solo due teste e mezzo anche se forse il romanzo ne meriterebbe di più.

Poronga.

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