Valeria Parrella “Almarina”

par2icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoVi sono libri anche molto impegnativi che ripagano, talora più che ampiamente, il lettore della fatica fatta, altri no. Questo breve testo, mentre lo leggevo, pensavo che appartenesse alla seconda categoria, ma in fondo non è vero.

Elisabetta Maiorano insegna materie scientifiche al carcere minorile di Nisida. Ha superato i cinquant’anni, svolge il suo lavoro con molto impegno e tanti dubbi, è rimasta da poco e all’improvviso vedova dell’amato marito, non ha figli, un passato aborto, forse beve un po’ troppo.
Fra i suoi alunni vi è Almarina, una adolescente rumena col suo bravo carico di disumana sofferenza, fra cui violenze sessuali, aborto, separazione dal fratellino minore.

Fra Elisabetta e Almarina si farà piano piano strada un impegnativo rapporto.

Parrella scrive un testo asciutto e severo, di sempre non facile e spesso troppo ardua lettura, che talora sconfina nell’ermetico per non dire proprio nell’astruso.

Però ciò di cui scrive lo conosce sul serio: “Il carcere è un dolore che non finisce, da cui non puoi mai distrarti. Chiunque varchi la porta di un carcere lo sa (e se non lo sa lo sente) che sta passando da un’altra parte inconciliabile con la promessa che ci fecero da bambini: che la vita non avrebbe fatto paura, e non saremmo mai rimasti soli. Il carcere invece è paura e solitudine. In carcere ti addormenti e quando ti svegli sei in carcere. In carcere impari presto che meno fai meglio è”.

Oltre a questo, di pienamente bello e riuscito ho trovato solo la laconica e profonda descrizione (pg. 82 e ss.) dell’esperienza passata dalla protagonista e dal marito quando chiesero l’adozione di un bambino.

Al libro nel suo complesso va comunque riconosciuto il merito di costituire una rappresentazione e una riflessione seria e impegnata su una realtà sommersa e difficile, non solo per chi vi si trova rinchiuso ma anche per coloro che al suo interno cercano di combinare qualcosa di buono.

Complessivamente bella è anche la figura di Elisabetta, donna più di fatti che di parole, angolosa piantagrane dalla grande intelligenza e umanità.

Poronga

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