Maria Pace Ottieri “Il Vesuvio universale”

download (9).jpgicona-voto-asino2icona-voto-asinoicona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoUn libro che vi consiglio, molto interessante, stimolante e ricchissimo di informazioni, che sarebbe bello che tutti conoscessero. Un po’ saggio e un po’ inchiesta giornalistica, si legge come un romanzo.

Si snoda in 17 capitoli che ruotano tutti attorno al Vesuvio, ‘a Muntagna: uno dei vulcani più pericolosi al mondo e il più monitorato.

E’ un libro che cerca di capire e di raccontare i paesi vesuviani, la loro storia, le persone che lì vivono e il loro rapporto con lo stato attuale del Vesuvio: il dormiveglia.

Il popolo dei paesi vesuviani – che si susseguono sulla costa e circondano il Vesuvio senza soluzione di continuità, da Napoli a Castellammare di Stabia – la montagna ce l’ha nell’anima e nel corpo: “a me piace saperlo vivo, guai se mi svegliassi una mattina e sentissi dire che il Vesuvio si è spento, non è più pericoloso, mi verrebbe l’angoscia…” dice Angelo Di Ruocco di Torre del Greco.  Sullo sfondo, c’è il popolo napoletano, che mantenendo un aristocratico distacco, sostanzialmente si disinteressa dei paesi-polveriera che gli stanno accanto ma, ugualmente,  ha il Vesuvio nel cuore e nell’anima. Popolo tellurico, come lo descrive Erri De Luca nel suo bel libro “Napolide”.

Con la legge “Vesu-via” non se ne è andato proprio nessuno. “Qualcuno si è preso i soldi e poi è tornato” dice Lucio Zurlo, allenatore di boxe a Torre Annunziata.

Settecentomila persone vivono alle pendici della montagna, cinquecentomila nei campi Flegrei, un milione a Napoli: “oltre due milioni di esseri umani abitano una terra tenuta in scacco da tre vulcani attivi, il Vesuvio a est di Napoli, la caldera del Campi Flegrei e l’isola di Ischia a ovest”.

Paesi? Si chiede l’autrice. Perché, se hanno il doppio degli abitanti di una medio-piccola città italiana?

Quel che si sa è che per irresistibile appello da millenni gli uomini abitano il Vesuvio, il loro tempo tenuto in scacco dal suo, lungo venticinquemila anni, tanti sarebbero gli anni del monte Somma, sebbene le più antiche rocce di origine vulcanica, rinvenute nel pozzo di Trecase, risalgano a quattrocentomila anni fa”.  Già i Romani lo chiamavano Vesuvio ma prima era il monte Somma: nella preistoria un vulcano alto duemila metri che eruzioni avevano demolito e sprofondato, lasciando solo la base del cratere. “Quando la lava e il fango distrussero Pompei ed Ercolano nel 79 d.C., il monte Somma, primipara vetusta come le madri tardive della Bibbia, partorì il cono giovane, il Vesuvio, figlio matricida che per nascere la decapitò facendone sprofondare il cratere. Sono i due coni che vediamo oggi, il “bipartito giogo” di Leopardi: a nord il residuo montuoso del Somma, con i suoi scuri boschi che diventano via via terrazze coltivate sulle pendici più basse; a sud, verso il mare, la terra attraversata dalla raggiera delle colate laviche, suolo fertilissimo e sempre nuovo”.

Per mezzo millennio il Vesuvio “sprofondò in un oblio…fino all’eruzione del 1631 che fece migliaia di morti e divorò la sua cima…Ogni eruzione ha una personalità propria, a ogni sua manifestazione  il Vesuvio sferra un colpo da maestro ogni volta diverso… Nei secoli cambia forma e altezza, colore e spirito…ora affiora ciò che ha di mitico…ora prevale l’aspetto di montagna provvida e protettiva. La reazione all’eruzione del 18 marzo 1944 fu composta, razionale, condivisa. Le persone si proteggevano con materassi, coperte, pentole sulla testa, due giorni dopo la prima esplosione si aiutavano a spalare la cenere dai tetti e all’inizio di maggio i contadini piantavano fiduciosi cavoli e lattughe”.

Il 15 giugno 1794 una nuova eruzione distrusse completamente, ancora una volta, Torre del Greco. “…circondato dalla lava resistette il campanile, che oggi sembra innalzarsi dalla roccia”.

L’8 dicembre 1861 lungo una frattura occidentale sgorgò la lava, la terra tremò e a Torre del Greco si sollevò il suolo. La città subì gravi danni ma la lava si fermò fuori dall’abitato, il mare si era ritirato.

Ad ogni esplosione il Vesuvio improvvisa nel paesaggio un promontorio che prima non c’era, una nuova scogliera, un roccione piatto, una diversa linea di costa.”.

Eppure oggi, secondo una indagine condotta dall’Osservatorio vesuviano, solo il 7% degli abitanti avverte il Vesuvio come un pericolo, “mentre quasi tutti sono pronti a decantarne la straordinaria fertilità, la gloria della vista, l’unicità.”.

Piani di evacuazione si succedono da decenni: se ne parla nell’ultimo capitolo (“Fuggire sì ma dove”). Che prima o poi si risvegli è certo, dato che spento non è; può darsi che il Vesuvio lasci il tempo di fuggire, può darsi di no. Certo è che le macchine immatricolate sono trecentosessantamila e la sola via di fuga dei paesi vesuviani è la SS 268 “una strada ad anello che in un abbraccio mortale unisce i paesi vesuviani. E’ una delle strade più pericolose d’Italia, costruita con pendenze che facilitano l’accumulo di acqua…”.

“L’incommesurabilità della catastrofe la rende inconcepibile….Quali sentimenti smuove la vicinanza con il nucleo essenziale e doloroso di un passato che per chi vive oggi non è mai stato ma in ogni momento può farsi presente o futuro vicino? Come si sente chi abita affacciato sugli scheletri di Ercolano, il patriarca, la giovane figlia, il suo bambino ancora nella pancia negli ultimi istanti prima che il fango incandescente li seppellisse?…in pochi altri luoghi del mondo si percepisce come qui lo stretto legame col destino…Un appuntamento con la devastazione che se non aspetta chi vive ora, toccherà a chi verrà dopo, a cui i nipoti dei nipoti non potranno mancare. E’ una prospettiva al di là della propria esistenza, forse al di là del tempo umanamente concepibile e insieme si presenta come evento già sperimentato, ripetizione, eterno ritorno di ciò che per il singolo non è mai stato.”.

Il libro racconta in parte la storia del Vesuvio, ma racconta anche molto altro. Con passione, curiosità, onestà intellettuale Maria Pace Ottieri si è posta all’ascolto di persone e di luoghi, per mesi e mesi, raccogliendo informazioni.

L’incommensurabile bellezza dei luoghi nei tempi antichi, non più recuperabile, è come se fosse rimasta impressa nell’anima di ogni abitante, che ha sviluppato un rapporto con il passato e con il futuro del tutto peculiare, non comprensibile a chi non abbia conoscenza storica e  rapporti profondi con quelle terre. La bravissima Ottieri insegue storie, recupera memorie, si interroga, restituisce emozioni. Così il lettore è trascinato nel brulichio della complessa vita dei “paesi vesuviani”, come disordinatamente indicano i cartelli stradali: la famiglia Fortunio di Somma Vesuviana, che sa ogni segreto sul baccalà e lo stoccafisso e ha visto crescere l’azienda fino alla sua terza generazione, con esportazioni fino in Australia (“A Genova lo trattano in modo tutto diverso, lo dividono in due parti con un ferro e lo vendono intero, qui non si butta niente, dopo il trattamento lo stocco deve sfogliare, aprirsi come un libro e il pezzo staccarsi dalla spina, a quel punto lo dividiamo in pancetta, filetti, mussilli e coronielli, alette bocconcini”). Il costruttore e suonatore di tammorre Antonio Esposito, per dieci anni operaio all’Alfa sud di Pomigliano d’Arco, uno dei primi Zezi (un collettivo aperto tra operai, studenti e disoccupati); la storia di Pomigliano e della sua industrializzazione, il sogno del riscatto, dai primi del novecento fino all’Alfa Sud (nel 1968 Aldo Moro posa la prima pietra della nuova fabbrica), le lotte operaie per la feroce delusione (“Il lavoro era durissimo, la catena di montaggio insopportabile, gli incidenti sul lavoro frequenti… “Si doveva produrre un solo tipo di auto e di gran valore in un territorio che non aveva mai visto prima una fabbrica. Non era quello di cui aveva bisogno il Sud…”). L’esplosione della fabbrica di armi giocattolo Flobert a Santa Anastasia l’11 aprile 1975, dodici morti tra i 20 e i 26 anni, assunti da poco e la storia di quella fabbrica. La terra dei fuochi raccontata dai protagonisti, in una prospettiva un po’ diversa. Il parco Nazionale del Vesuvio, l’abusivismo edilizio, la criminalità organizzata e la politica, intrecci mortali che da sempre rendono irrisolvibile la c.d. Questione Meridionale. L’immigrazione nei paesi vesuviani. La storia dei fuochi di artificio (fin dal ‘600 si simulava il Vesuvio in eruzione) con la comparsa del colore nel 1800. Le due città di Ercolano “la sommersa e la sovrastante, l’una composta in una serenità ritrovata, vicina, familiare, l’altra disarticolata, impenetrabile, cresciutale sopra come una testa di Gorgone dai capelli di serpe, l’una il dispetto, il rimorso dell’altra”. La storia dei pastifici di Torre Annunziata. La storia degli armatori di Torre del Greco e la raccolta e il commercio dei coralli. Giacomo Leopardi a Villa delle Ginestre, che ai tempi si chiamava Villa Ferrigni. La reggia di Portici, palazzo costruito per la dinastia dei Borboni e le ville vesuviane, dimora dell’aristocrazia napoletana, progettate dai migliori architetti dell’epoca (Vanvitelli, Fuga, Sanfelice).

Come definire questo vasto territorio senza soluzione di continuità? Non è periferia della città, non sono paesi, è conurbazione: tutto è saldato insieme, con al centro il cuore pulsante del Vesuvio.

“…“Vesuvio lavali con la lava, pensaci tu”, gridano negli stadi quando una squadra del Nord gioca contro il Napoli. Nessuno del mio popolo si è mai permesso di invocare una frana in Valtellina o un terremoto in Friuli o un’alluvione in Liguria” dice un passeggero della circumvesuviana che ha attaccato bottone con la Ottieri “una cordialità emanata, non rivolta, come un profumo, un odore”.

Che cos’è, in quei luoghi, che attira e respinge; che provoca sentimenti ambivalenti;  qual è l’anima del popolo del Vesuvio, di quello che va via e di quello che resta…

Il Vulcano allena i suoi abitanti a vivere in una vacillante realtà sempre sull’orlo della dissolvenza, della metamorfosi, a riempire il vuoto al centro, il cratere nella vita di ognuno, con l’immaginazione, trovando nell’invisibile il senso più vero dell’essere al mondo”.

Oleandro

One thought on “Maria Pace Ottieri “Il Vesuvio universale”

  1. Tutto sul Vesuvio: dalla eruzione che nel 79 d.c. seppellì sotto una coltre di lava e cenere Pompei ed Ercolano ai lunghi periodi, talora duranti centinaia di anni, durante i quali “a muntagna” è rimasta silente e benevola, dando modo alle popolazioni che da sempre hanno abitato le sue pendici di godere di una terra eccezionalmente fertile, proprio grazie alle eruzioni. E poi ancora eruzioni devastanti, quali quelle del 1631, del 1794 e del 1861, fino a quella finale del 1944, dopo la quale il gigante spense il suo pennacchio, concedendo una ulteriore tregua che si sa per certo non durerà, ma non si sa fino a quando.
    Ottieri studia, si informa, parla con le popolazioni, e tira fuori tutto quello che è possibile da una storia, quella del vulcano, che si intreccia con quella di milioni di persone che ne hanno abitato e ne abitano nelle vicinanze (oggi si stima che siano almeno 700.000) per dar luogo a una vera e propria civiltà che si nutre di arte, artigianato, attività economiche, quali quelle dei pastai o delle imprese che lavorano il baccalà e lo stoccafisso, cui si aggiungono le voci delle persone comuni ma anche di quelli, quali Giacomo Leopardi, Goethe ecc. che hanno frequentato le zone, assieme ad alcuni fra i più importanti vulcanologi del mondo. Ne esce fuori un quadro complessivo da cui risulta che la montagna, più che essere temuta, è amata, o almeno considerata un ingrediente essenziale del contesto in cui si colloca.
    L’autrice oltre a essere una giornalista e storiografa seria e documentata, ha anche il dono di scrivere bene.
    Lo scopo del libro costituisce anche il suo limite, dal momento che esso potrà soprattutto interessare le persone che hanno un forte legame con i luoghi, ma non solo quelle.

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