Kent Haruf “Canto della pianura”

haicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoIn una immaginaria cittadina del Colorado fredda, ventosa e inospitale si svolge, credo negli anni ’80 (l’unico riferimento temporale che ho trovato è a Nancy Reagan) la storia dei protagonisti di questo bel libro: Guthrie, integro professore di liceo e vaccaro nel tempo libero, i giovanissimi figli Ike e Bobby che vivono segnati dalla assenza di una mamma depressa e un po’ lasciati a sè stessi anche se il padre fa del suo meglio, Victoria Roubideax, diciassettenne incinta, e infine i fratelli McPheron, rimasti presto orfani e che nella loro vita non hanno visto praticamente altro che vacche, cavalli e campi da coltivare (“Quando furono in casa, le facce dei fratelli Mc Pheron divennero lucide e rosse come barbabietole e la cima delle loro teste si mise a fumare nella stanza fredda. Sembravano usciti da un vecchio quadro raffigurante contadini e braccianti che riposano dopo il lavoro”).

Ogni capitolo segue volta a volta ciascuno dei protagonisti e l’intreccio delle loro vite.

Il cuore del libro mi è parso stia in ciò che succede dopo che Maggie Jones, generosa e intelligente collega di Guthrie, propone ai fratelli McPheron di prendersi in casa Victoria della quale, nonostante e anzi a causa del suo stato, nessuno vuol saperne.

E qui il romanzo è proprio riuscito nel descrivere l’impacciato nascere e consolidarsi del rapporto fra Victoria, che si intuisce essere deliziosa, e i vecchi fratelli, nel loro buffo e maldestro sforzo di accogliere e mettere a proprio agio la ragazza: si ripuliscono e puliscono casa, cercano di accudirla divenendo ben presto accuditi, di fare conversazione anche se sfortunatamente nulla sanno che non sia “soia, granturco, bestiame vivo, frumento primaverile, maiali da ingrasso e sfarinato di fagioli”; e soprattutto cercano di proteggerla (“ si preoccupavano per lei più di quanto si fossero preoccupati per qualsiasi altra cosa negli ultimi cinquant’anni”) e rassicurarla riuscendovi, sia pure in modo abbastanza strampalato. In certi momenti si ride proprio.

Poi ci sono le storie degli altri personaggi, anch’esse interessanti e ben narrate con stile asciutto e preciso.

Haruf non nasconde nulla della durezza della vita di queste persone e dei luoghi che le ospitano. In fondo è tutto abbastanza triste e pesante, talvolta violento, e sostanzialmente la vita è difficile. Però non manca ogni tanto un raggio di sole e una speranza.

Alla fine mi è venuto da pensare che Haruf sia una specie di Cormac McCarthy di buon umore, il che non è complimento da poco.

Poronga

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