Victor Hugo “L’uomo che ride”

hu.jpgicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoNon perdetevi questo romanzo che secondo me costituisce il capolavoro, decisamente superiore al pur più noto e celebrato “I miserabili”, di un vero gigante della letteratura mondiale.

Dalla scrittura debordante e abnorme, compiaciuto, torrenziale, autoreferenziale, innamorato di sé: in una parola, insopportabile. Insopportabile se non fosse stato il genio che fu.

Lento, lentissimo, costruisce però un plot da fare invidia al più consumato e geniale dei giallisti.

Il romanzo, ambientato nell’Inghilterra a cavallo fra il 6 e il ‘700, inizia con toni drammatici e scuri (altra caratteristica del Nostro e l’incapacità di usare, o meglio l’aborrire, i mezzi toni: tutto è sublime o orrendo). In una notte da tregenda dei misteriosi e inquietanti personaggi si imbarcano su una nave: sono degli avventurieri di varie nazionalità, tipi loschi e cattivi. Nell’imbarcarsi lasciano a terra un inerme bambino di 10 anni: il capo dei manigoldi semplicemente scalcia via la passerella e lascia lì il piccolo, solo, al freddo e alla fame.

La barca dei fuggiaschi si allontana e si addentra in una immane tempesta. Non dico ovviamente come va a finire (niente paura comunque, siamo all’inizio del romanzo): dico solo che gli uomini dell’equipaggio scrivono su una pergamena la storia di questo bambino abbandonato, di nome Gwynplane, figlio di un nobilissimo signore ma finito in mano agli zingari che, utilizzando un’arte molto in voga nel periodo, ne hanno in tenera età modificato chirurgicamente i tratti somatici, stampandogli sulla faccia un incancellabile ghigno. Gli uomini affidano questa pergamena a una bottiglia sigillata che lanciano in mare e si preparano alla loro sorte.

Nel frattempo Hugo ha avuto ampio modo di dimostrare una capacità e soprattutto una potenza descrittiva e evocativa a dir poco impressionante -e che non so se mai nessuno abbia eguagliato- oltreché una competenza, in questo caso marinara, sulle cose di cui scrive praticamente enciclopedica.

La storia della lotta in mare si alterna sapientemente alla narrazione della lotta di Gwynplane per sopravvivere. Il bambino combatte contro il gelo, la neve, la paura, la fame, e già che c’è trova riversa in terra una donna morta con una neonata, che accoglie in braccio.

Giunto stremato in un paese, nessuno gli apre tranne un vecchio e bislacco uomo che vive col suo lupo Homo in un carrozzone: è un Ursus, filosofo, medico e ciarlatano, che accoglie i due sventurati, si priva per loro, fra invettive e contumelie, della sua povera cena, per poi tenerli con sé.

I due ragazzi crescono, e li ritroviamo 10 anni dopo: Gwynplane è diventato una attrazione teatrale, Dea -così si chiama la bambina- una giovane bellissima, eterea  e celestiale ma -ahimè- cieca (figuriamoci).

Mi fermo qui, assicurando che il romanzo ha ancora molto da dire e prosegue, ricco di colpi di scena e trovate narrative (anche se a un certo punto inframmezzate dal forse più illeggibile e indigesto pippone letterario che mi sia mai capitato di leggere: ma me lo sono letto, e ci sarà un motivo).

Il romanzo, arricchito da altre figure straordinarie potrebbe sembrare, e da un certo punto di vista è, un vero polpettone. Eppure è totalmente riscattato, fino a farne un libro secondo me imperdibile, dall’eccezionale, inarrivabile talento narrativo di Hugo, dotato di una potenza descrittiva impressionante, di una vena ricchissima e inesauribile, dalla capacità di creare effetti, suspence, colpi di scena, quant’altri mai.

A ciò si aggiunge una competenza tecnica enciclopedica, da grande erudito.

Trombonesco ma efficace, ti bersaglia di stilemi e aforismi e modella personaggi indimenticabili nel male (Barkilphedo, cortigiano perfido e carico d’odio) e nel bene (il disincantato, spinoso, alluvionale, dolcissimo Ursus, il vero personaggio-capolavoro del romanzo).

A tutto ciò Hugo aggiunge anche il motivo sociale e politico, dichiarando aperta versione alla monarchia, ironizzando ferocemente sul mondo nobile e ricco, e schierandosi più volte a favore degli umili e degli oppressi.

Cercate un libro memorabile che segni e allieti la vostra estate? Questo è quello che fa per voi.

Poronga

 

5 thoughts on “Victor Hugo “L’uomo che ride”

  1. Di Hugo purtroppo si trova e si parla ormai ben poco al di là del romanzo più famoso. Recentemente ho trovato una vecchissima edizione di “1793”, uno scritto poco noto ma con pagine magistrali. Grazie per la segnalazione:-)

  2. Non toccarmi i Miserabili, cialtrone! 🙂

    Condivido tutto. Passate le prime 70 pagine per fare affondare una barca che non affonda mai il libro è superbo. Perché Notre dame de Paris vale meno?

    Per i cultori c’è ma solo in francese e assai caruccio: Album Hugo. iconographie réunie et commentée par Martine Ecalle et Violaine Lumbroso, Gallimard, 1964

    G.S.

  3. …ormai ho preso l’abitudine di scrivere commenti e recensioni prima ancora di aver finito di leggere il libro, ma il capitolo “Sintomi di avvelenamento” mi obbliga a intervenire, per segnalarlo come un vero capolavoro.

    A parte la sottile e graffiante ironia del titolo, il capitolo costituisce un’impeccabile lezione su quello che due secoli dopo verrà definito come un intervento di psicoterapia.
    Hugo è veramente insuperabile, al di là della scrittura scorrevole e raffinata, delle narrazioni assolutamente intriganti, in questa occasione, si rivela come un profondissimo conoscitore dell’animo umano e disserta su quanto sia seducente, ma dannatamente pericoloso cedere alle proprie più inconfessate fantasticherie. Sembra di assistere, almeno per quanto riguarda il contenuto, se non la forma, ad una seduta di terapia dei nostri giorni, ma quando H. scrisse il suo romanzo, mancavano ancora trenta anni perché Freud per “inventasse” la psicoanalisi.

    La vicenda narrata è emblematica: un mostruoso saltimbanco che vive nell’Inghilterra dei primi anni del ‘700 ha modo di vedere tra il pubblico di un suo spettacolo, perché neppure si può dire incontrare, una gentil donna, duchessa di corte.
    Si tratta di una donna di grandissimo fascino, di esplosiva sensualità e dotata di quella seducente eleganza, che solo le donne belle potenti e ricche possono mostrare ed è la prima volta che il nostro attore ha modo di conoscere l’esistenza di una tale creatura.

    Ebbene, proprio questo è il “Sintomo di avvelenamento”, la fantasticheria ed il sogno seducente e tossico, che la visione di questa donna provoca nel povero saltimbanco, che ha recitato per lei.
    É bastata la relativa attenzione che la gentildonna ha accordato al giovane, il fatto per lui di sentirsi protagonista per un istante, il fatto di essere l’oggetto dell’attenzione di lei per qualche minuto, per innescare il tarlo delle fantasticherie che inevitabilmente si insinuano come un dolcissimo veleno nella mente del ragazzo. La intensità dell’esperienza è stata tale, che per un attimo non del tutto fugace, nella mente del ragazzo vacillano anche le sue maggiori solidità e certezze esistenziali. I suoi valori rischiano di incrinarsi.
    Il povero saltimbanco ne è sconvolto ed il nostro Victor, per bocca del saggio compagno del teatrante, mette lo in guardia dal cedere alla lusinga del sogno, dolcissimo all’istante, ma deleterio nel futuro.

    Insomma, accade tutto nei primi anni del 1700 a Londra, ma tutto testimonia che Hugo la sapeva dannatamente lunga, in quanto ad esperienza di vita, per mettere in guardia non solo il saltimbanco, ma tutti noi, che viviamo due secoli dopo e che rischiamo ogni giorno ancora, di essere vittime delle nostre astruse dolci e venefiche fantasticherie.

    Onestamente, non mi permetto ancora di commentare l’intero romanzo (peraltro bellissimo…), non avendolo ancora interamente letto, ma vi garantisco, che almeno questo capitolo va letto sicuramente.

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