Etgar Keret “Sette anni di felicità”

et.jpgicona-voto-asino2icona-voto-asino2I sette anni partono dalla nascita del primogenito. Non sono precisamente anni solo felici, seppur complessivamente felici, perché sono punteggiati da una serie di avvenimenti, piccoli e grandi, anche tristi, ma accettati con saggezza e buona consapevolezza del fatto che, in fondo, questa è la vita.

Si tratta quindi di una specie di diario nel quale vengono appuntati e commentati una serie di avvenimenti tramite rapidi sketch che non durano mai più di sette-otto pagine.

Il libro dà senz’altro il meglio di sé nelle prime pagine, condite da un acuto e penetrante humour tipicamente hiddish.

Così ad esempio nel descrivere il figlio neonato: “Non ha interessi che vadano oltre i suoi impulsi e i suoi desideri immediati. Per lui, gli altri possono andare all’inferno o unirsi a Greenpeace. Oggi, tutto quello che vuole è un po’ di buon latte o di sollievo dall’irritazione che danno i pannolini e, se per avere queste cose bisogna distruggere il mondo, non dovete far altro che mostrargli il bottone. Lo premerà senza pensarci due volte“.

Ovviamente Keret, ebreo di seconda generazione nato da sopravvissuti all’Olocausto, non può che risentirne, ma lo racconta bene, quando per esempio si scontra del tutto a sproposito con un tedesco, lui che di tedesco non sa una parola, ma percepisce uno “Juden raus” al posto di un “jeden raus” (che vuol dire “fuori, vicino a”) per concludere: “Che posso fare? Ancor oggi, una parola in tedesco su due mi mette sulla difensiva. Ma, come dicono, ‘ solo perché sei paranoico non significa che non ce l’abbiano con te’”.

Peccato che dopo un esordio fulminante (esilaranti per esempio il racconto di Etgar alle prese con i tele venditori o il capitolo sulle “dediche bugiarde”) il libro cala fino a diventare abbastanza normale.

Meriterebbe un po’ più di due teste d’asino, ma due e mezzo sono troppe.

In questo genere ho trovato decisamente superiore il “Momenti di trascurabile felicità” del nostro Francesco Piccolo, già recensito.

Poronga

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