Willa Cather “La mia Antonia”

caticona-voto-asino2icona-voto-asino2Quando sento uno scrittore parlare bene di un vecchio libro presumo lo faccia disinteressatamente e quindi tendo a fidarmi, specie quando a ciò si aggiunge il gusto della scoperta di un autore che non conosco.

Willa Cather è una scrittrice statunitense vissuta a cavallo fra l’800 e il ‘900 che racconta la dura vita di famiglie contadine emigrate dall’Europa per fondare nelle grandi praterie dell’ovest delle fattorie che contendevano palmo a palmo, fra torride estati e gelidi inverni, pezzi di terra fertilissima a una natura selvaggia e potente.

Questa è esattamente la storia della famiglia di Antonia, di origine boema. Arrivano in questo posto di cui non sanno nulla senza conoscere una parola di inglese e con tutti i soldi che sono riusciti a racimolare per cercare una nuova vita.

Ovviamente non tutti ce la fanno, ma questa famiglia si, anche se a duro prezzo, rappresentato soprattutto dal suicidio del gentile padre di Antonia, roso dalla nostalgia e impossibilitato ad ambientarsi in questo nuovo contesto.

La storia viene raccontata dal giovane  Jim Burden, costretto piccolissimo a trasferirsi nella fattoria dei nonni causa la prematura morte di entrambi i genitori, e che lì conosce la quasi coetanea Antonia, cui insegna l’inglese, e con la quale costruisce un solido e importante rapporto.

La parte migliore del libro mi sono parse talune descrizioni della natura: “Quei pomeriggi d’autunno erano tutti identici, ma per me sempre meravigliosamente nuovi. A perdita d’occhio, il sole più forte, più violento che in qualunque altra ora del giorno inondava immense distese di erba ramata; i campi di granoturco biondo diventavano d’oro rosso, le cataste di fieno sfumato di rosa gettavano lunghe ombre. Tutta la prateria era come il cespuglio che ardeva senza mai consumarsi. L’ora aveva un’esultanza di vittoria, di finale trionfante, come la morte di un eroe giovane e glorioso” (aggiungo però che i passi così felici non sono molti).

In tutto ciò una vita di lavoro faticosissimo, l’eterno timore per un futuro che poteva essere travolto da una bestia morta anzitempo, ma anche una grande solidarietà fra coloni, generosi e pronti a correre l’uno in soccorso dell’altro.

Antonia, bella e orgogliosa, si adatta a questa vita e diventa una contadina a tutti gli effetti; non ha timore di modificare il suo corpo, di ispessirlo, di mortificarlo, perché la resta la grande soddisfazione di poter dire: “Non ci saremmo mai riusciti se non fossi stata così forte“.

Non vi sono personaggi memorabili, anche se il romanzo è popolato da molte figure. La prosa ha un incedere serio e pacato. Finale a mio parere un po’ lezioso, e qui o ti chiami Dickens o la paghi.

Il libro si fa leggere, non dico di no, ma certamente non mi è sembrato imperdibile.

Poronga

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