Kenzaburo Ōe “Gli anni della nostalgia”

oeicona-voto-asino2icona-voto-asino2Mi sembra un libro difficilmente definibile, almeno secondo i nostri canoni, essendo in parte un romanzo di formazione del giovane protagonista e narratore Kei, che viene seguito dall’età di 10 anni quando fa un incontro fondamentale nella sua vita con Gii.

Gii è un personaggio magnetico e speciale: pianta boschi, protegge amorevolmente la zona in cui è nato e cresciuto, costituisce il riferimento della piccola comunità locale, anche se una prigionia di 10 anni per un oscuro reato di cui, almeno fin dove sono arrivato a leggere, nulla si sa gli aliena molte simpatie.

Gii, pur avendo pochi anni più di lui diventa rapidamente il maestro di Kei: lo introduce alla lettura di Dante, di Yeats e della poesia in generale, esortandolo inoltre all’apprendimento delle lingue, e consigliandolo costantemente. Romanzo quindi di formazione ma anche, e forse soprattutto, il racconto di una grande amicizia, o meglio di un rapporto maestro/allievo che segnerà profondamente la vita e lo sviluppo di Kei.

Molteplici sono i riferimenti di caratterere autobiografco: Kei, come Ōe, diviene uno scrittore, ha un figlio che nasce con una grave menomazione che non gli impedirà di fare ottime cose nella vita; forse autobiografici sono anche i riferimenti a gravi problemi con l’alcool e ai ricorrenti pensieri suicidi (il suicidio è una vera fissazione in molti scrittori giapponesi) del protagonista.

Il romanzo riflette una intensa vita spirituale, una malinconica grazia, un candore che per noi occidentali sembra quisi naif, ed è servita da una prosa leggera  e delicata particolarmente adatta a descrivere i sentimenti puri ed ingenui e la profonda simbiosi con la vita della natura di cui il libro si nutre.

Accanto a tutto ciò, tuttavia, una crescente sensazione di inconsistenza narrativa, probabimente in gran parte determinata da una civiltà e una sensibilità, quelle qui appartengo, del tutto diverse, che ha fatto via via scemare il  mio interesse. Sicchè, una volta concluso che questo libro quello che mi poteva dare me lo aveva dato, salendo al contempo una percezione di fatica e noia -chiamiamo le cose col loro nome-, giunto a circa la metà ho chiuso per passare ad altro.

Con tutto il rispetto per un autore di sicuro valore, premio Nobel 1994.

Poronga

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