Lidia Ravera “Il terzo tempo”

rave.jpgicona-voto-asino2icona-voto-mezzoasino“Soffrire da vecchi è la regola“; “La vecchiaia è la resa a un finale scontato. Ha la morfologia della tragedia“.

In ciò consiste il terzo tempo di cui parla questo romanzo. Addirittura di un personaggio si dice che “Aveva una cinquantina d’anni, la certezza che sarebbe presto ulteriormente invecchiata doveva essersi già insediata nel suo inconscio e dalla certezza della vecchiaia era già germogliato il bisogno di negarla, o risolverla in qualche modo, o almeno ridurre il potenziale depressivo“.

Ravera scrive bene, ha ottime capacità narrative e un bello stile. Il punto è che a me non piace quello che scrive, a cominciare dal piagnisteo sulla vecchiaia.

A un certo punto si invecchia; queste sono le regole, le si sanno da sempre ed è stupido menarsela; l’unico modo per evitarlo è alquanto drastico e nessuno ha mai potuto raccontare, poi,  come si sta.

Ma non è tanto questo.

Costanza è una ultrasessantenne sulla cui classe e bellezza si insiste con distratta nonchalance. Ha lasciato, non si sa perché, il suo incarico di professore universitario da alcuni anni; ha lasciato, non si sa perché, il suo dolce e innamorato marito, col quale continua a vedersi regolarmente; è alle prese con il problema della vecchiaia che progetta di lenire riunendo in una grande casa che il padre, mitico comandante partigiano, le ha lasciato nientemeno che in Civita di Bagnoregio insieme a un consistente gruzzolo ottenuto giocando in borsa (?), alcuni suoi amici con i quali ha condiviso in gioventù  una specie di comune, e che non vede da una cinquantina d’anni: una idea non solo abbastanza balzana ma a mio parere tristissima.

Seguiamo quindi le vicende di questa donna inquieta e complicata (una vera rompiballe). Il punto è che in questo romanzo c’è tutto l’armamentario della sinistra radical chic: sono tutti belli e intelligenti (a partire, ovvio, dal figlio di Costanza), quasi tutti hanno avuto successo nella vita (Costanza a un certo punto si siede su una “fiammeggiante BMW serie  7” -c’era bisogno di precisarlo?- a fianco di uno dei vecchi membri della Comune che l’ha sempre amata), ma tutto è complicato, cerebrale, alla fine impossibile e viene contemplato con pensosa tristezza. Spira tuttavia un sentimento di superiorità (snobismo puro) nei confronti degli altri, quelli normali con una vita normale. Tristi ma superiori.

Tralascio ulteriori dettagli (la trama è comunque abbastanza ricca e complicata) salvo dire che i reduci di questa antica Comune sono per lo più persone tanto straordinarie quanto antipatiche.

Peccato perché Ravera il mestiere di scrittrice lo sa fare eccome: per esempio quando descrive Vicky, una dei reduci,  donna dalla implacabile militanza e dalle bronzee convinzioni, “dal tono severo e nello stesso tempo magnanimo che caratterizza chi è matematicamente certo di essere nel giusto e considera una missione sollevare il prossimo suo dall’errore”. Io persone così ne ho conosciute, e non sarebbe possibile descriverle meglio.

Poronga

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