Moshin Hamid “Exit west”

exVi ricordate il doloroso e inquietante “La strada” di Cormac McCarthy?

Lì, l’Apocalisse era un mondo devastato e deserto, dove l’umanità (si fa per dire..) si era ridotta ad un numero esiguo di disperati individui, che si scontravano per tentare una precaria sopravvivenza.

In “Exit west” di Moshin Hamid, sempre di Apocalisse si tratta, ma lo scenario è tutt’altro. Qui, alcune zone del mondo sono diventate invivibili, soprattutto a causa della guerra. Nel libro di McCarthy non sappiamo cosa sia successo, ma possiamo immaginare il risultato di un conflitto nucleare globale o qualcosa del genere.

Anche in Exit West vi sono conflitti devastanti, ma sono locali, esattamente come quelli di cui ogni giorno leggiamo sui giornali. Guerre confinate il zone geografiche ristrette, ma densamente popolate, esattamente come le zone dove abitiamo noi. Ed è per questo che, anche se “locali” questi conflitti non sono meno distruttivi a livello globale.

E’ evidente che chi ci si ritrova in mezzo, a meno che non sia un miliziano fanatico, da questi luoghi se ne deve andare e deve cercare di capire dove.

I posti dove migrare non sono molti (anche il clima impazzito ci si è messo di mezzo…) e in più, gli abitanti dei pochi luoghi ancora vivibili non sono così favorevoli ad accogliere centinaia di migliaia di profughi che tentano di entrare a tutti i costi, provenienti dall’altra parte del mondo…..quella diventata invivibile.

Per cui, qui l’Apocalisse è un mondo del tutto squilibrato, in parte spopolato e deserto, infestato dalla guerra, ed in parte sovrappopolato con i problemi logistici e sociali che ovviamente ne derivano.

La vicenda è ben delineata: si tratta di assistere a come la vita di due giovani dalla vita normale, si trasformi attraverso piccoli, apparentemente insignificanti passi, in qualcosa che declina verso la catastrofe. Lentamente, in modo non del tutto consapevole, si passa dall’avere a che fare con problemi del tutto consueti, come il fare capire nel modo migliore ad una ragazza sconosciuta il proprio interesse, ad avere a che fare con problemi di tutt’altra entità, come il fare i conti con proiettili vaganti di artiglieria pesante che possono entrare da una finestra.

La vita, su un lievissimo piano inclinato scivola verso un incubo. E c’è un momento in cui si è costretti a fare qualcosa. Che non è detto sia una soluzione ottimale.

Il romanzo non è così ben scritto come lo stilisticamente impeccabile “Fondamentalista riluttante” e la prosa talvolta diventa eccessivamente nervosa, anche se forse l’effetto è voluto.

Rimane un testo molto interessante, che come il primo ci mette di fronte a problemi esistenziali e di strategia politica e sociale. Mette il dito nella piaga e in fondo ci chiede come vogliamo vivere e da che parte vogliamo stare, mostrandoci la difficoltà della scelta e le implicazioni pesanti che questa determina.

Bella una riflessione alla fine del libro: le vite degli uomini possono essere devastate per sempre da fatti traumatici. Quella delle città no. A volte l’esistenza delle città nel corso del tempo si riprende e la vita continua come se nulla fosse accaduto. La storia, volta pagina….

Mr. Maturin

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